Chiunque si trovi a studiare letteratura, alle superiori o all’università, prima o poi si imbatte nell’annosa questione del narratore onnisciente. Se ne descrivono le caratteristiche e se ne chiede conto durante le varie verifiche, ma non sempre gli studenti riescono veramente a comprendere di che cosa si tratti.

D’altronde il problema è meno semplice di quanto potrebbe sembrare. Perché è vero che le caratteristiche del narratore onnisciente possono essere riassunte in poche righe, ma è vero anche che esistono numerose particolarità in cui ci si può imbattere di romanzo in romanzo.

Ed è vero anche che gli stessi scrittori, quando scrivono, non si sentono affatto in dovere di rispettare le regole individuate dalla critica e dagli studiosi.

Così, il compito di riconoscere il narratore onnisciente si può complicare parecchio introducendo i concetti di focalizzazione, oppure anche di narratore eterodiegetico o omodiegetico. Per questo motivo abbiamo cercato di chiarire un po’ la questione spiegandovi passo passo che cosa significano tutti questi termini e proponendovi anche qualche esempio.

Speriamo così che il tutto possa risultare molto più chiaro. Se poi avete altre idee su come si possa ulteriormente dirimere la questione, segnalatecelo nei commenti a fine pagina.

 

1. Perché non bisogna confondere autore e narratore

La prima cosa a cui bisogna fare attenzione quando si cerca di individuare il narratore di una storia è che narratore e autore, nel linguaggio letterario, non sono affatto sinonimi. L’autore è infatti la persona che ha scritto realmente il racconto e romanzo. Il narratore è invece chi sta raccontando la storia.

Si dirà: ma autore e narratore non sono la stessa cosa? Molto spesso sì, ma in alcuni casi no.

Si dirà: ma non sono la stessa cosa? Ebbene, molto spesso sì, ma in alcuni casi no. Facciamo un esempio concreto, per capirci rapidamente. Mettiamo il caso che lo scrittore di un romanzo giallo decida di raccontare una storia poliziesca come se fosse scritta dal detective che ha svolto le indagini.

In questo caso l’autore è lo scrittore, mentre il narratore è il detective: sarebbe infatti lui a descrivere gli eventi a cui ha assistito e lui sarebbe la prima persona a parlare delle sue stesse azioni. Detta in termini più semplici, all’interno del testo ci sarebbero moltissimi «io ho fatto», «io ho visto» e così via.

Autore e narratore ne I promessi sposi

L'edizione del 1840 de "I promessi sposi" di Alessandro ManzoniAvete presente, ad esempio, I promessi sposi, il classico capolavoro di Alessandro Manzoni che si studia sempre alle superiori? Ebbene, anche lì autore e narratore non coincidono. L’autore è infatti Manzoni, visto che è stato lui a mettere su carta quelle parole.

Il narratore, invece, è un ipotetico personaggio che Manzoni creò senza mai farlo comparire in scena. Se vi ricordate, infatti, lo scrittore milanese usò l’espediente di fingere di aver ritrovato un antico manoscritto che raccontava una storia. Il narratore era quindi l’autore di quel manoscritto di cui Manzoni non avrebbe fatto altro che riportare le parole.

La distinzione tra autore e narratore, d’altra parte, si trova anche in certe biografie, in quei libri in particolare in cui un giornalista intervista una persona famosa. L’autore del libro è il giornalista, ma il narratore, colui il quale cioè racconta la storia, è il personaggio famoso che risponde alle domande.

Un errore banale ma molto comune

Quello che abbiamo detto finora probabilmente a molti di voi sarà sembrato banale e scontato. In realtà non lo è affatto, perché l’errore più comune che si fa quando si in cerca di identificare il narratore è quello di confonderlo con l’autore.

L’autore non è invece praticamente mai coincidente con il narratore, o quantomeno non lo è con nome e cognome. Anche quando il narratore è esterno alla storia ed è evidente che coincida con l’autore, difficilmente si presenta, o dice il suo nome. Inizia semplicemente a narrare senza dire chi è, da dove viene, quali intenzioni abbia.

Così in un certo senso l’autore si dissocia dal suo stesso narratore, si spersonalizza. Non è impossibile, ad esempio, che il narratore, pur di fatto coincidendo con l’autore, riporti pensieri e opinioni che non sono propri dell’autore stesso.

Alcuni casi in cui il narratore non è in linea con l’autore

Poniamo, ad esempio, che lo scrittore voglia stendere un romanzo noir, molto duro e in un certo senso brutale. Se anche a raccontare la storia fosse un narratore esterno, potrebbe decidere di mettere in bocca a questo narratore dei termini molto duri e taglienti sui vari personaggi o sulle varie situazioni, termini che potrebbero anche non appartenergli.

In questo caso, e in certe tipologie ben definite di romanzo, può essere utile avere un narratore che coincida con l’autore ma che abbia anche, in un certo senso, una propria personalità, in linea con le caratteristiche del romanzo stesso.


Per tutti questi motivi la prima cosa da fare quando si cerca di capirci qualcosa in questo ambito è distinguere appunto il narratore dall’autore. E adesso capiamo come si fa a farlo e soprattutto che caratteristiche può avere il narratore.

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2. Ci sono cinque tipi di narratore

Visto che abbiamo capito chi è il narratore, cerchiamo ora quindi di identificarlo e in un certo senso anche di etichettarlo. In genere gli studiosi di critica letteraria individuano infatti cinque tipologie diverse di narratore, a seconda dell’atteggiamento che questi ha nei confronti della storia e di quanto conosce della storia stessa.

Un primo tipo – e quello che approfondiremo meglio nei paragrafi successivi – è il narratore onnisciente. Per il momento però lasciamolo da parte, visto che lo riprenderemo tra qualche riga.

Macchina da scrivere e ispirazione
Il secondo tipo di narratore è quello nascosto. Si tratta in un certo senso di una figura che preferisce volare basso, mettersi un po’ in sordina, stare in disparte. Proprio per queste sue caratteristiche è un narratore che non conosce granché della storia e che la scopre man mano insieme al lettore.

Non è raro che un narratore di questo genere faccia anche delle supposizioni man mano che la storia prosegue, supposizioni che però potrebbero anche rivelarsi errate.

Il narratore inaffidabile

Ancora meno affidabile del narratore nascosto è il narratore appunto inaffidabile, una categoria non frequentissima ma molto interessante. Di solito si tratta di un narratore che si confonde con un personaggio della storia: è proprio quindi uno dei protagonisti a raccontare le vicende.

Non le racconta però in modo onesto al lettore, o perché commette degli sbagli involontari, o proprio perché, per un qualche motivo, ha tutto l’interesse a raccontare frottole. Pensate, ad esempio, a L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, solo per citare un caso famoso.

Dentro o fuori della storia

Le ultime due tipologie di narratore sono, infine, tra loro alternative. La prima è il cosiddetto narratore eterodiegetico, ovvero esterno alla storia. A raccontare le vicende non è un personaggio né primario né secondario delle vicende stesse, ma qualcuno di estraneo a tutto quanto.

L'assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, uno dei più bei libri gialli classiciAppunto per questo, in genere quando c’è un narratore di questo tipo la storia viene raccontata in terza persona. Molto spesso un narratore di questo tipo è anche onnisciente.

L’opposto del narratore eterodiegetico è il narratore omodiegetico, cioè interno alla storia. A raccontare i fatti è cioè uno dei personaggi, uno che quei fatti li ha vissuti.

Per questo motivo di solito il narratore eterodiegetico non sa già dove andrà a finire la storia, né conosce i pensieri dei vari personaggi. Al limite conoscere solo il proprio.

Alcuni casi complicati tra eterodiegetico ed omodiegetico

Ci sono comunque, anche in questo caso, delle eccezioni. Pensate ad esempio ad un narratore che si trovi a raccontare dei fatti da lui stesso vissuti, ma a distanza di molti anni da quando sono accaduti.

In quel caso il narratore è interno alla storia ma conosce già gli sviluppi della storia stessa, sa già quali avvenimenti arriveranno prima ancora che essi vengano raccontati.

Ecco come l’onnisciente si distingue dagli altri

Ma allora come si distingue il narratore onnisciente da tutti gli altri tipi di narratore? Be’, è piuttosto semplice. In primo luogo, come abbiamo già mostrato, il narratore onnisciente può essere sia interno che esterno alla storia. Molto più spesso però è esterno.

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Inoltre, basta porsi una semplice domanda per capire se il narratore che si ha davanti sia onnisciente oppure no: conosce già tutto il contenuto nella storia? Sa già come la trama andrà a concludersi? Ci riferisce i pensieri dei personaggi, anche quelli che non vengono espressi a voce alta o manifestati dagli atteggiamenti?

Se queste domande hanno tutte risposta affermativa, allora siamo sicuramente davanti a un narratore onnisciente.

Alcuni suggerimenti

Si dirà, di nuovo: ma come faccio a capire se chi sta raccontando la storia sa già come essa andrà a finire? In realtà lo si può capire da alcuni piccoli indizi.

Ad esempio a volte gli scrittori usano frasi sibilline di questo tipo: «Il protagonista non sapeva ancora che quella decisione gli sarebbe presto costata cara». Questa è una tipica frase che viene usata per creare maggior suspense, per generare nel lettore l’attesa di un incombente tragedia.

I libri da leggere almeno una volta nella vita
Eppure solo un narratore che sa già come la storia andrà a finire e a svilupparsi può dire qualcosa del genere, può cioè anticiparci, seppur in maniera vaga e generica, degli eventi che devono ancora accadere.

Insomma, se il narratore vi dimostra di sapere molto di più di quello che vi sta dicendo (e non sta bluffando, ovviamente), allora siamo davanti a un narratore onnisciente.

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3. Un narratore a focalizzazione zero

Studiando la narratologia e più in generale il ruolo dei narratori nelle opere letterarie vi potrebbe capitare di incappare nel termine “focalizzazione“. Questa parola viene usata per indicare in un certo senso l’angolo da cui viene narrata la storia, il punto di vista cioè del narratore. Esistono infatti tre fondamentali tipi di focalizzazione.

Quella che si attribuisce al narratore onnisciente è la cosiddetta focalizzazione zero. Questo punto di vista consiste nell’avere un narratore che, come abbiamo detto, sa già tutto, conosce ogni vicenda e in un certo senso legge nei pensieri di ogni singolo personaggio.

Un narratore a focalizzazione zero guarda le vicende dall’alto, come se fosse Dio.

Un narratore a focalizzazione zero, in pratica, guarda le vicende dall’alto, osserva il suo mondo come se fosse Dio, un Dio che non interviene ma che conosce ogni singolo dettaglio degli eventi, ogni singola emozione e pensiero dei suoi personaggi.

I capolavori dell’Ottocento

Oggi è meno frequente di un tempo incappare in un strutture di questo tipo, ma nella letteratura ad esempio ottocentesca la focalizzazione zero era quasi un obbligo.

Pensate, come abbiamo già fatto, a I promessi sposi di Manzoni, ma anche ai capolavori francesi e russi del XIX secolo. Gli autori di quell’epoca erano davvero dei deus ex machina, degli artigiani che plasmavano il loro mondo senza lasciare nulla d’ignoto.

Cinque frasi memorabili de I fratelli Karamazov di Dostoevskij
Solo per fare un esempio, considerate I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. In quest’opera il grande scrittore russo analizza le vite di vari personaggi, mostrandone gli intrecci ma anche cercando di disegnare la psicologia di ogni singolo attore della sua opera.

Nulla gli è sconosciuto: comprende ed è in grado di presentare tutto al lettore. Qui sta anche la potenza di questi romanzi, che, quando li leggiamo ancora oggi, ci immergono in un vero e proprio vortice, portandoci a diretto contatto con diverse vite e diverse esperienze.

Le altre possibili focalizzazioni

Come detto, però, la focalizzazione zero non è l’unico tipo di focalizzazione possibile. Esistono anche la cosiddetta focalizzazione interna e la focalizzazione esterna. Il primo caso si ha quando il narratore è sostanzialmente uno dei personaggi o comunque ne assume il punto di vista.

Spesso, in questo caso, il romanzo è narrato in prima persona, oppure comunque i fatti vengono sempre presentarti per come li conosce uno dei personaggi della trama. Rientrano in questa tipologia di libri anche i romanzi autobiografici e quelli epistolari.

Ovviamente, per rendere al meglio l’utilizzo della prima persona spesso gli scrittori fanno ricorso al monologo interiore o al discorso indiretto libero. Anche per questi motivi, questo tipo di romanzo ha avuto il suo periodo d’oro nei primi decenni del ‘900, grazie al lavoro di James Joyce, Virginia Woolf, Luigi Pirandello o Italo Svevo.

La focalizzazione esterna

Come dicevamo, esiste però anche la focalizzazione esterna. In questo caso il racconto è narrato non da uno dei personaggi ma comunque da un narratore esterno, che guarda la storia da fuori. A differenza del narratore onnisciente, però, quest’ultimo non conosce realmente i pensieri e le emozioni dei personaggi. Ne fotografa solo le azioni.

Addio alle armi, uno dei capolavori di Ernest HemingwayÈ insomma una sorta di testimone, davanti a cui tutto accade ma che non ha particolari conoscenze, non ha la capacità di penetrare nella mente dei personaggi.

Maestro di questa tecnica è stato l’americano Ernest Hemingway, che sapeva narrare le storie con un piglio che potremmo definire quasi giornalistico.

Anche nei romanzi gialli e d’avventura, comunque, si predilige questo tipo di focalizzazione, che permette di dare maggior risalto all’azione e di lasciare invece al lettore il compito, se vuole, di indagare la psicologia dei personaggi.

 

4. Cosa significa che il narratore onnisciente è in genere eterodiegetico

Abbiamo già menzionato il narratore cosiddetto eterodiegetico, ma cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta e soprattutto come si relaziona con l’ipotesi del narratore onnisciente.

In generale il narratore è eterodiegetico quando è esterno alla storia, quando cioè non è uno dei personaggi del romanzo e semplicemente si limita a raccontare degli eventi che accadono ad altri.

Leggi anche: Cinque caratteristiche fondamentali del romanzo storico

Il più delle volte, un narratore che si pone in questa posizione è anche onnisciente e a focalizzazione zero. È questo il caso, come abbiamo accennato, dei romanzi classici, quando il narratore metteva in scena i suoi personaggi di cui conosceva vita, morte e miracoli, che comprendeva a fondo e di cui presentava i pensieri, le paure e le speranze.

La difficoltà di scrivere
Le sue capacità gli permettevano, anzi, di spaziale dalla mente dell’uno alla mente dell’altro, indagandone la psicologia e presentandola al lettore. Non c’era nulla che gli rimanesse nascosto. Al limite era lui che poteva decidere di non rivelare tutto a chi stava seguendo il suo racconto, ma faceva costantemente segno di saperne più di quello che dicesse.

Qualche esempio

Vediamo allora, come già anticipato, qualche esempio di romanzo con un narratore eterodiegetico e onnisciente. In realtà, in questo caso c’è solo l’imbarazzo della scelta. Abbiamo già citato, ad esempio, alcuni romanzi russi, ma con quella letteratura potremmo andare avanti a lungo.

"Guerra e pace", il più celebre e corposo capolavoro di Tolstoj

Prendete Guerra e pace, il capolavoro di Tolstoj. Nonostante si accavallino le vicende di vari uomini e donne, l’autore, che ci presenta la vicenda dall’esterno, sa già tutto, conoscere gli eventi e soprattutto conosce come questi eventi vengono interpretati e analizzati dai protagonisti.

Lo stesso può dirsi anche per certi capolavori della letteratura inglese. Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, da questo punto di vista, è uno dei tanti esempi che si potrebbero portare.

Anche qui la Austen ci presenta infatti una vicenda di cui lei non fa parte, e riesce a farci sapere i pensieri dei vari protagonisti, a partire da Lizzy Bennet fino a Darcy, passando però per molti altri personaggi secondari di cui sappiamo più o meno tutto.

 

5. Quando il narratore onnisciente è omodiegetico

Come dicevamo, però, è anche possibile che in certi casi, non frequentissimi, un narratore onnisciente non sia eterodiegetico ma omodiegetico. Un esempio l’abbiamo già accennato all’inizio ma vale la pena di approfondirlo. Mettiamo il caso, infatti, che il romanzo si presenti come una sorta di memoriale scritto a distanza di molto tempo dai fatti.

In questo caso il narratore sarà anche uno dei personaggi della storia, probabilmente non il principale ma comunque uno che ha assistito a quasi tutti gli eventi.

Al computer di notte
In quel caso, man mano che la narrazione procede potremmo essere avvisati del fatto che sa già come gli eventi si concluderanno, conosce già il finale della storia e decide semplicemente di nascondercelo per il momento, per creare una narrazione più convincente.

Inoltre, con qualche espediente narrativo potrebbe anche mostrarci i pensieri dei vari personaggi. Potrebbe infatti dire di aver svolto delle indagini, o di aver ricostruito la storia, o di aver parlato con numerosi testimoni.

In ogni caso potrebbe essere in grado di renderci il pensiero di tutti i protagonisti o almeno della maggior parte di essi, comportandosi in tutto e per tutto come un narratore onnisciente.

Il caso di Adso da Melk

È proprio questo, in fondo, il caso di Adso da Melk, il narratore del romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco1. Come lui stesso ci informa, egli è, nel momento in cui scrive, un vecchio che rimembra i fatti vissuti in gioventù, quando era al fianco di Guglielmo di Baskerville, vero protagonista della storia.

Il nome della rosa, uno dei più famosi romanzi storici di sempre, firmato da Umberto Eco

Grazie ai suoi ricordi, Adso ricostruisce così gli eventi e li rende noti a noi lettori come se fosse un vero e proprio narratore onnisciente. Con l’unica differenza che in questo caso lui è interno alla storia, perché è uno dei personaggi del romanzo.

D’altra parte, Eco si ispirò in maniera piuttosto palese ai romanzi gialli di Sherlock Holmes, in cui a narrare le vicende era appunto un personaggio interno alla storia, il dottor Watson, esatto corrispettivo di Adso. Watson, allo stesso modo, ci riferiva i pensieri dell’investigatore, che d’altra parte non esitava a comunicarli al suo assistente.

Nel libro di Eco, a differenza che nei romanzi di Conan Doyle, c’è in più il fattore dell’età, visto che Adso racconta i fatti a posteriori, a distanza di vari anni. Lo schema, però, è grossomodo il medesimo.

 

Note e approfondimenti

  • 1 A proposito, se volete gustarvi un bell’approfondimento su quel romanzo, condotto anni fa dallo stesso autore, leggete qui.

 

Segnala altri esempi e definizioni riguardo al narratore onnisciente nei commenti.