Quello di Man Ray non è forse il primo nome che viene in mente quando si pensa alle avanguardie di inizio Novecento. Non tanto perché l’artista statunitense non meritasse e non meriti ancora oggi attenzione, quanto perché è sempre stato un personaggio difficilmente inquadrabile. Un po’ fotografo, un po’ artista, un po’ cineasta, si fa sempre fatica a definire con chiarezza quale fosse il suo ruolo, e così anche nei libri raramente gli si dedica lo spazio che meriterebbe. Oggi però vogliamo, nel nostro piccolo, cercare di colmare questa lacuna presentandovi le più famose opere di Man Ray.

Nato a Philadelphia nel 1890 da una famiglia di origini russe ed ebraiche, si chiamava in realtà Emmanuel Radnitzky. Cresciuto a New York, cominciò lì a lavorare, giovanissimo, come grafico, ma già nel 1912 iniziò a dedicarsi all’arte, assumendo lo pseudonimo di Man Ray.

Il motivo di questa scelta è da ricercare da un lato nell’esigenza di un nome più semplice da ricordare e scrivere, ma anche, dall’altro, nella volontà di assumerne uno più significativo. Se “Man”, infatti, non è altro che l’abbreviazione di Emmanuel, “Ray” ricorda vagamente il suo cognome originario, ma significa anche “raggio“.

Ray infatti iniziò a sperimentare già a New York varie tecniche legate alla luce, ad esempio tramite la fotografia e l’aerografia. Inoltre conobbe Marcel Duchamp, negli Stati Uniti per un lungo viaggio che l’avrebbe portato anche in Sud America, e con l’artista francese strinse una forte amicizia.

Quando Duchamp rientrò infine a Parigi, nel 1921, Ray decise così di seguirlo. Nella capitale francese pose poi la sua casa, ritornando negli Stati Uniti solo durante la guerra, per scampare alle persecuzioni dei nazisti.

Lì si avvicinò a varie correnti artistiche: prima fu la volta del dadaismo di Duchamp; poi del surrealismo di Bréton. Infine di varie altre esperienze, sempre a contatto con le più diverse avanguardie e i differenti stimoli.

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Alternò fotografie a sculture, film ad altre sperimentazioni come la rayografia. Proprio quest’ultima tecnica, da lui stesso inventata, merita forse una menzione: si trattava di immagini fotografiche particolari, ottenute appoggiando oggetti sulla carta ancora sensibile.

Fu però anche fotografo di moda ed abile ritrattista, capace di immortalare – a Parigi negli anni ’20 e ’30 – alcuni dei più grandi artisti e letterati di ogni epoca. Proprio per questi motivi la sua è oggi una figura assolutamente da riscoprire. Anche tramite i suoi capolavori.

 

1. Cadeau

Come certamente sapete, il dadaismo e ancora di più il surrealismo erano correnti artistiche provocatorie, che amavano scandalizzare il loro pubblico. Basti pensare a certe opere di Marcel Duchamp come l’orinatoio (Fontana) o la Gioconda coi baffi (L.H.O.O.Q.). Queste provocazioni erano spesso ottenute tramite la tecnica del ready-made.

Una delle versione del Cadeau di Ray Man (foto di Jens Cederskjold via Panoramio)
Una delle versione del Cadeau di Ray Man (foto di Jens Cederskjold via Panoramio)

In pratica, si prendeva un oggetto di uso comune e quotidiano, lo si decontestualizzava e lo si metteva all’interno di un museo o di una mostra. Così aveva fatto varie volte Duchamp e così cominciò presto a fare pure Man Ray.

Cadeau è un perfetto esempio di tutto questo, in cui però Ray riuscì a convogliare anche molto altro. Prese infatti un ferro da stiro e, sulla piastra, vi saldò una serie di chiodi con la punta rivolta verso il basso. Il ferro era in ghisa e i chiodi erano in tutto 14.

Come sempre nell’arte dadaista, Ray non spiegò il significato della sua opera, anche se l’aspetto inquietante dell’oggetto gli fece avere molta fortuna. Perfino troppa, anzi: durante la prima mostra su Man Ray a Parigi l’oggetto fu addirittura rubato.

L’artista comunque non si diede per vinto. A partire dagli anni ’60 ne realizzò anzi varie repliche, via via sempre più numerose. Nel 1974 arrivò addirittura a realizzarne 5.000 esemplari, che sembrano essere ancora molto ricercati1.

 

2. Oggetto da distruggere

La seconda opera di Man Ray che abbiamo scelto è anch’essa, a suo modo, un ready-made, anche se particolarmente originale. Mettendolo sotto l’etichetta di Oggetto da distruggere, infatti, l’artista americano creò un metronomo con, sulla punta della barra, la fotografia di un occhio.

Oggetto da distruggere di Man RayDecise di chiamare questa creazione in modo originale e ancora una volta provocatorio, con un titolo che ben si sposava con la filosofia dadaista. D’altro canto, l’opera fu realizzata nel 1923, nel pieno della fase in cui Man Ray fu fortemente influenzato dalle idee di Marcel Duchamp.

Proprio il titolo, comunque, finì per ispirare anche tanti ammiratori. La leggenda infatti vuole che l’opera sia stata effettivamente distrutta durante una delle sue prime esibizioni da un visitatore troppo zelante, che avrebbe inteso il titolo alla lettera.

Ovviamente, questa storia – che ha un fondamento di verità – è anche ammantata di leggenda, ma dà un’idea piuttosto chiara del clima dadaista in cui operavano questi artisti nei primi anni ’20. Ad ogni modo l’opera fu poi replicata più volte dallo stesso Ray, che però la rinominò poi in Oggetto indistruttibile.

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3. Le violon d’Ingres

Passiamo, finalmente, alle fotografie. La prima che abbiamo scelto risale al 1924 ed è però forse la più famosa di tutte. Si tratta di Le violon d’Ingres, una immagine conturbante che ha per protagonista Kiki de Montparnasse.

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Dietro a questo pseudonimo si nascondeva in realtà Alice Prin, una delle donne più famose della Parigi degli anni ’20. Classe 1901, aveva conosciuto Man Ray poco dopo il suo arrivo nella capitale francese.

Secondo la leggenda, il fotografo l’aveva infatti incontrata in un bar nel 1921, accorgendosi di lei dal fatto che la ragazza stava litigando con un cameriere. Quest’ultimo non voleva infatti servirla, reputandola una prostituta per via del suo abbigliamento.

Tra Ray e Kiki nacque subito una relazione, ampiamente descritta dalla stessa donna nella sua autobiografia. «Il primo pomeriggio non facemmo neanche uno scatto», spiegò infatti Kiki, che comunque aveva accettato anche di posare come modella per l’artista.

La difficile relazione tra Kiki e Man

I due rimasero insieme per 6 anni, ma fu una relazione sempre difficile e combattuta. La sera Kiki – che era d’ispirazione per numerosi altri artisti – si esibiva al Jockey, un locale notturno. E lì era diventata celebre per il suo numero di can-can in cui mostrava generosamente ampie parti di sé.

Il violino d'Ingres, foto di Man Ray degli anni '20

Questo generava grande gelosia in Man Ray, che non mancava di picchiarla. Lei, secondo le fonti, reagiva però da par suo, restituendogli tutte le botte.

Le violon d’Ingres celebra in un certo senso la passionalità del corpo della ballerina. La fotografia venne realizzata sovrapponendo il fotogramma del corpo della ragazza con i segni ad “effe” del violoncello. Il corpo femminile diveniva così uno strumento da suonare, in un’accezione che per l’epoca era enormemente scandalosa.

La fotografia è oggi esposta al Getty Museum di Los Angeles. Il suo titolo si deve all’ammirazione di Man Ray per il pittore neoclassico Jean-Auguste-Dominique Ingres, che aveva realizzato vari nudi femminili con una “inquadratura” in cui il corpo, come in questa foto, era visto da dietro, di spalle.

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4. Noire et Blanche

Kiki de Montparnasse è la protagonista anche di Noire et Blanche, la seconda fotografia e quarta opera della nostra raccolta. Una fotografia ancora oggi celeberrima, che fu realizzata nel 1926, su commissione. A chiedere questo scatto a Man Ray fu infatti la rivista Vogue, con cui l’artista già collaborava.

Bianco e nero, foto di Man Ray che ritrae Kiki de Montparnasse con una maschera africanaL’idea di fondo fu quella di accostare la sua consueta modella a una maschera africana. Questo permetteva vari giochi e riferimenti. Da un lato, infatti, si poteva giocare sulla chiarezza della pelle di Kiki, in opposizione al colore scuro della maschera.

Dall’altro, l’immagine poteva diventare una sorta di metafora della stessa fotografia. Il bianco e il nero erano infatti i colori di quella forma artistica capace di ritrarre corpi vivi e nature morte con la stessa naturalezza.

D’altra parte, quel titolo – che significa Nera e Bianca – fu deciso dopo altri titoli provvisori, come Viso di madreperla e maschera d’ebano. E si voleva ricollegare anche alla crescente corrente del surrealismo, sia per il peso dato al sogno (Kiki è infatti dormiente), sia per il richiamo all’arte africana.

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5. Lacrime di vetro

Concludiamo con un’ultima fotografia che non si discosta da quelle viste finora, né per la tecnica, né per l’ispirazione. Lacrime di vetro, a volte nota semplicemente come Lacrime, è infatti una foto dei primi anni ’30 e si concentra ancora sul corpo femminile.

Qui però in scena non c’è più un viso intero o un corpo, ma un dettaglio: al centro dell’inquadratura vediamo infatti un occhio che piange. La modella non è più Kiki, ma un’anonima ballerina di can-can che non è mai stata identificata con precisione. Ma l’intento con cui fu realizzata questa immagine è in realtà chiaro ai biografi.

La storia con Lee Miller

In quegli anni infatti Ray aveva da poco rotto con la seconda donna della sua vita, Lee Miller. Dopo la lunga esperienza con Kiki, infatti, il fotografo si era legato a questa giovane americana da poco giunta a Parigi, desiderosa di imparare l’arte della fotografia e di mettersi quindi ai suoi ordini come assistente.

Tra i due era presto nato qualcosa di più del semplice rapporto maestro-allieva, ma già nel 1932 la Miller lasciò Ray e Parigi per tornare a New York. Secondo i critici, Lacrime di vetro sarebbe quindi una risposta polemica alla ex allieva.

Lacrime di vetro, una delle più famose opere di Man RayVi si vede, però, anche qualcosa di più. Nello sguardo della modella che guarda fuori dall’inquadratura e nella posa che sembra suggerire una certa storia alle spalle, molti hanno visto dei riflessi del cinema.

È come, infatti, se Man Ray volesse suggerire anche una strada nuova alla sua arte e più in generale al surrealismo. Una strada aperta alle storie e alla cinematografia. Una strada che proprio in quegli anni si cominciava a percorrere con Luis Buñuel, Salvador Dalí e altri.

 

Note e approfondimenti

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