29 straordinarie poesie sul mare

Le memorabili spiagge di Valencia ci ispirano alcune poesie sul mare

L’estate è indubbiamente il periodo delle vacanze, delle lunghe ore di riposo, dell’ozio e delle letture. Per molti, è anche il periodo in cui si passa buona parte della giornata in spiaggia, a prendere il sole sdraiati sulla sabbia e, di tanto in tanto, a fare un bagno in mare. Mare che sicuramente rinfresca, ma che ha anche un fascino tutto particolare, che va ben oltre le ferie e le mode estive. Non è un caso che, tra le altre cose, esistano anche alcune bellissime poesie sul mare.

L’articolo che vi proponiamo qui di seguito vuole esplorare proprio questo aspetto. Abbiamo infatti selezionato 29 liriche che ci sembrano particolarmente significative, che sono riuscite a cogliere l’aspetto più poetico del grande oceano d’acqua che ci circonda.

Come noterete, il mare infatti se essere magico ma anche terribile, sa rasserenare e inquietare, per via forse anche della sua vastità e della sua forza incontrollabili. Eccovi dunque le poesie che abbiamo scelto con anche, nei primi casi, alcune brevi note sull’autore e sulla corrente letteraria a cui appartengono.

 

1. Samuel Taylor Coleridge – La ballata del vecchio marinaio

Cominciamo in maniera forse un po’ banale con quella che però, probabilmente, è la poesia più famosa mai dedicata al mare. Stiamo parlando de La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge.

Samuel Taylor ColeridgeSi tratta prima di tutto d’un vero e proprio manifesto del Romanticismo inglese ed europeo. Piuttosto lunga, racconta infatti le vicende che accadono ad un marinaio resosi colpevole di una sorta di crimine del mare: aver ucciso un albatro.

La lirica è divisa in sette parti ed obbedisce allo schema metrico della ballata tradizionale, trovandosi formata perlopiù da quartine che seguono – in lingua originale – lo schema di rime ABCB.

 
L’aspetto però forse più interessante sta nel contenuto della poesia stessa. Il testo si lascia infatti pesantemente influenzare dal fascino del soprannaturale che stava emergendo nell’Inghilterra di fine ‘700, mescolando di fatto i temi del gotico a quel senso di irrazionalità che sarebbe divenuto uno dei cardini del Romanticismo.

Verso il Romanticismo

Pubblicata per la prima volta nel 1798, questa poesia ed un successo straordinario in Inghilterra e poi nel resto del mondo, tanto che viene ancora ampiamente studiata quando si affronta la storia della letteratura inglese1.

La ballata del vecchio marinaio di Coleridge

Riportarla qui di seguito sarebbe obiettivamente troppo lungo per le dimensioni del nostro sito, ma abbiamo selezionato la sezione secondo noi più significativa. I versi sono quelli di chiusura della quarta parte.

“La vagante luna ascendeva in cielo
e non si fermava mai:
dolcemente saliva, saliva
in compagnia di una o due stelle –
 
I suoi raggi illusori davano aspetto di una distesa bianca
brina d’aprile a quel mare putrido e ribollente;
ma dove si rifletteva la grande ombra della nave,
l’acqua incantata ardeva
in un monotono e orribile color rosso.
 
Al di là di quell’ombra,
io vedevo i serpi di mare:
si muovevano a gruppi di un lucente candore,
e quando si alzavano a fior d’acqua, la magica luce
si rifrangeva in candidi fiocchi spioventi.
 
Nell’ombra della nave,
guardavo ammirando la ricchezza dei loro colori:
blu, verde-lucidi, nero-vellutati,
si attorcigliavano e nuotavano; e ovunque movessero
era uno scintillio di fuochi d’oro.
 
O felici creature viventi! Nessuna lingua
può esprimere la loro bellezza:
e una sorgente d’amore scaturì dal mio cuore,
e istintivamente li benedissi:
certo il mio buon Santo ebbe allora pietà di me,
e io inconsciamente li benedissi.
 
Nel momento stesso potei pregare;
e allora dal mio collo libero
l’Albatro cadde, e affondò
come piombo nel mare.”

 

2. Charles Baudelaire – L’uomo e il mare

Abbiamo appena finito di parlare, con Coleridge, di un marinaio e della sua uccisione di un albatro. Ma, come forse sapete se v’intendete un po’ di poesia, questo uccello marino ha spesso stimolato la fantasia dei poeti. E quello che l’ha descritto meglio di tutti è stato probabilmente Charles Baudelaire.

Charles BaudelaireNella nostra selezione, però, abbiamo scelto di non citarvi questa famosa poesia, che abbiamo già riportato altre volte, e di dedicarci invece ad una lirica meno famosa ma non meno bella dello scrittore.

Si intitola L’uomo e il mare e la trovate qui di seguito. Anche in questo caso Baudelaire utilizza il mare come un simbolo di tutta l’inquietudine tipica dell’uomo moderno, che lui seppe in più occasioni descrivere con grande maestria.

L'uomo e il mare di Charles Baudelaire

Siamo davanti a una poesia divisa in quattro strofe, ognuna formata da quartine che seguono il cosiddetto verso alessandrino. Nelle prime tre parti si mostra in un certo senso la vicinanza tra l’uomo e il mare, mentre nell’ultima Baudelaire insiste sull’antagonismo tra queste due dimensioni.

Il testo della poesia

Uomo libero, tu amerai sempre il mare!
Il mare è il tuo specchio; contempli la tua anima
Nello svolgersi infinito della sua onda,
E il tuo spirito non è un abisso meno amaro.
 
Ti piace tuffarti nel seno della tua immagine;
L’accarezzi con gli occhi e con le braccia e il tuo cuore
Si distrae a volte dal suo battito
Al rumore di questa distesa indomita e selvaggia.
 
Siete entrambi tenebrosi e discreti:
Uomo, nulla ha mai sondato il fondo dei tuoi abissi,
O mare, nulla conosce le tue intime ricchezze
Tanto siete gelosi di conservare i vostri segreti!
 
E tuttavia ecco che da innumerevoli secoli
Vi combattete senza pietà né rimorsi,
Talmente amate la carneficina e la morte,
O eterni rivali, o fratelli implacabili!

 

3. Arthur Rimbaud – L’eternità

Come sapete, Baudelaire ha avuto una grande influenza sui poeti a lui successivi, e in particolare su quelli francesi. Paul Verlaine definì poeti maledetti tutti quelli che ne seguirono le tracce, facendo rientrare in questo gruppo, oltre a sé, anche Mallarmé, Rimbaud e altri.

Arthur Rimbaud, poeta maledetto per eccellenza e padre del simbolismoProprio Arthur Rimbaud è l’autore della terza poesia che abbiamo scelto. Un autore, come abbiamo scritto altrove, tanto geniale quanto imprevedibile. Anche l’etichetta di erede di Baudelaire, da questo punto di vista, gli stava stretta, visto che al maestro riservò pure critiche.

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Soprattutto dal punto di vista formale, cercò infatti di distruggere i rimasugli della tradizione, che in Baudelaire erano ancora ben vivi. Per questo è considerato forse il più grande innovatore poetico della sua epoca, perché aprì di fatto alla poesia contemporanea.

L'eternità di Arthur Rimbaud

L’eternità è una lirica che parla di mare ma anche della vastità a cui anela l’animo umano. Ed è ancora più significativa se si considera che venne scritta nel maggio 1872, quando Rimbaud doveva ancora compiere 18 anni.

La poesia

È ritrovata.
Che cosa? L’Eternità.
È il mare andato
col sole.
 
Anima sentinella,
mormoriamo la confessione
della notte così nulla
e del giorno infuocato.
 
Dagli umani suffragi,
dagli slanci comuni
là ti liberi
e voli dove vuoi.
 
Poiché soltanto da voi,
o braci di raso,
il dovere si esala
senza che si dica: finalmente.
 
Là, nessuna speranza,
nessun orietur.
Scienza con pazienza,
il supplizio è sicuro.
 
È ritrovata.
Che cosa? L’Eternità.
È il mare andato
col sole.

 

4. Eugenio Montale – Mediterraneo

Passiamo, ora, a un paio di poeti italiani. Iniziamo da Eugenio Montale, che ha avuto sempre un rapporto particolare con la natura e col mondo che lo circondava. Anche nel mare ha cercato così, spesso, un correlativo oggettivo, cioè una sorta di simbolo implicito per suscitare determinate emozioni.

Eugenio Montale al tavolo da lavoroLa raccolta che meglio fa emergere tutto questo è probabilmente la celebre Ossi di seppia, uscita per la prima volta nel 1925. Il mare si ritrova lì fin nel titolo, visto che il correlativo oggettivo che dà il nome all’opera si riferisce alle “macerie” abbandonate dal mare.

All’interno della raccolta, però, è presente anche una sezione che affronta ancora più in profondità questa suggestione. Si intitola Mediterraneo ed è composta da nove poemetti, che andrebbero letti unitariamente.

 
Noi vi riportiamo la seconda di queste poesie, nota con il nome di Antico, sono ubriacato dalla voce, sulla base dei versi iniziali.

Mediterraneo di Eugenio Montale

Antico, sono ubriacato dalla voce

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
 
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
 
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
 
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
 
le inutili macerie del tuo abisso.

 

5. Salvatore Quasimodo – S’ode ancora il mare

Concludiamo la prima parte del nostro elenco con un poeta che ha molto in comune con Montale, cioè Salvatore Quasimodo. Entrambi vissero nella stessa epoca ed adottarono soluzioni poetiche simili, anche se il secondo aderì compiutamente all’ermetismo. Entrambi, inoltre, si aggiudicarono il Premio Nobel per la letteratura.

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Salvatore Quasimodo, uno dei più famosi poeti ermeticiDiversa era però la terra d’origine dei due scrittori. Montale era infatti ligure, com’è noto. E il paesaggio della sua terra – molto particolare, roccioso, per certi versi anche brullo – lo influenzò molto. Quasimodo invece era siciliano, anche se in età adulta visse per qualche tempo pure in Liguria.

La sua poesia che abbiamo selezionato è S’ode ancora il mare, contenuta nella raccolta Giorno dopo giorno del 1947. In essa si rievoca con nostalgia il tempo passato. È anzi proprio il mare a richiamare alla mente i ricordi del passato.

 
A quest’immagine si associa quella di una donna amata, lasciata forse in Sicilia. E il desiderio di essere ricordati, di tornare alla mente, magari trasportati da una forza come quella del mare.

S'ode ancora il mare di Salvatore Quasimodo

Il testo della poesia

Già da più notti s’ode ancora il mare,
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.
Eco d’una voce chiusa nella mente
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse
d’uccelli delle torri, che l’aprile
sospinge verso la pianura. Già
m’eri vicina tu con quella voce;
ed io vorrei che pure a te venisse,
ora, di me un’eco di memoria,
come quel buio murmure di mare.

 

Altre 24 poesie sul mare, oltre alle 5 già segnalate

Su queste prime cinque poesie ci siamo soffermati abbastanza a lungo, come vi avevamo promesso in apertura. Ora però ci sembra sia anche utile fare una carrellata su altre liriche ugualmente belle e significative, tutte comunque incentrate sul tema del mare. Eccovele.

 

La nostra vita naviga su un mare di Rabindranath Tagore

La nostra vita naviga su un mare
Mai attraversato, le cui onde,
si inseguono l’un l’altra giocando
a un eterno rimpiattino.
È il mare agitato del mutamento,
che pascola le sue schiumanti
greggi, e mille volte le disperde,
che batte incessante le sue mani
contro la calma del cielo.
Nel centro di questa volteggiante
Danza di guerra di luce e di buio,
amore, tua è quell’isola verde,
dove il sole bacia la ritrosa
ombra della selva ed il silenzio
è corteggiato dal canto di uccelli.

Amore di lontananza di Antonia Pozzi

Ricordo che, quand’ero nella casa
della mia mamma, in mezzo alla pianura,
avevo una finestra che guardava
sui prati; in fondo, l’argine boscoso
nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,
c’era una striscia scura di colline.
Io allora non avevo visto il mare
che una sol volta, ma ne conservavo
un’aspra nostalgia da innamorata.
Verso sera fissavo l’orizzonte;
socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo
i contorni e i colori tra le ciglia:
e la striscia dei colli si spianava,
tremula, azzurra: a me pareva il mare
e mi piaceva più del mare vero.

 

Spuma di mare di Marina Ivanovna Cvetaeva

Chi è fatto di pietra, chi è fatto d’argilla –
Io invece sono fatta d’argento e brillo!
La mia occupazione – è il tradimento, il mio nome – Marina,
io – sono l’effimera spuma del mare.
Chi è fatto d’argilla, chi è fatto di carne –
a costoro la bara e le lastre tombali …
-battezzata nella fonte marina – e nel mio
volo continuamente infranta!
Attraverso ogni cuore, attraverso ogni rete
batte il mio arbitrio.
Io – vedi questi ricci scomposti? –
non sono fatta del sale della terra.
Mi frango sulle vostre granitiche ginocchia
e da ogni onda – risuscito!
Evviva la schiuma – l’allegra schiuma –
l’alta schiuma del mare!

Come se il mare separandosi di Emily Dickinson

Come se il mare separandosi
svelasse un altro mare,
questo un altro, ed i tre
solo il presagio fossero
d’un infinito di mari
non visitati da rive –
il mare stesso al mare fosse riva-
questo è l’eternità.

 

Non navighiamo sullo stesso mare di Olav Håkonson Hauge

Non navighiamo sullo stesso mare,
eppure così sembra.
Grossi tronchi e ferro in coperta,
sabbia e cemento nella stiva,
io resto nel profondo, io avanzo con lentezza,
a fatica nella tempesta,
urlo nella nebbia.
Tu veleggi in una barca di carta,
e il sogno sospinge l’azzurra vela,
così dolce è il vento,
così delicata l’onda.

Terra e mare di Aleksandr Puškin

Quando sull’azzurro dei mari,
Zèfiro soffia la sua brezza
Sulle vele dei fieri vascelli
E le barche sull’onde accarezza,
Lasciato il peso dei pensieri,
Nell’inerzia io posso annegare –
Dimentico i canti delle muse,
M’è più caro il mormorio del mare.
Ma quando contro la riva l’onde
Schiumose ruggiscono e fremono,
E il tuono rimbomba nel cielo,
E i lampi nel buio balenano,
Allora i più ospitali querceti
Io ai mari preferisco;
La terra mi sembra più fedele,
E il grave pescatore compatisco:
Vive su una fragile imbarcazione,
Trastullo della cieca corrente,
Mentre io nel silenzio sicuro
Ascolto il fruscio d’un torrente.

 

Le isole fortunate Fernando Pessoa

Quale voce giunge sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
E’ la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
perché si è ascoltato.
E solo se, mezzo addormentati,
senza sapere di udire, udiamo,
essa ci dice la speranza
cui, come un bambino
dormiente, dormendo sorridiamo.
Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno sito,
ove il Re dimora aspettando.
Ma, se ci andiamo svegliando,
tace la voce, e c’è solo il mare.

Sempre vieni dal mare di Cesare Pavese

Sempre vieni dal mare
Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d’acqua viva tra i rovi,
e fronte bassa, come
cielo basso di nubi.
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
già sapeva e si serra.
Ogni volta è uno strappo,
ogni volta è la morte.
Noi sempre combattemmo.
Chi si risolve all’urto
ha gustato la morte
e la porta nel sangue.
Come buoni nemici
che non s’odiano più
noi abbiamo una stessa
voce, una stessa pena
e viviamo affrontati
sotto povero cielo.
Tra noi non insidie,
non inutili cose –
combatteremo sempre.
Combatteremo ancora,
combatteremo sempre,
perché cerchiamo il sonno
della morte affiancati,
e abbiamo voce roca
fronte bassa e selvaggia
e un identico cielo.
Fummo fatti per questo.
Se tu od io cede all’urto,
segue una notte lunga
che non è pace o tregua
e non è morte vera.
Tu non sei più. Le braccia
si dibattono invano.
Fin che ci trema il cuore.
Hanno detto un tuo nome.
Ricomincia la morte.
Cosa ignota e selvaggia
sei rinata dal mare.

 

Arrivederci fratello mare di Nazım Hikmet

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.

Mare assoluto di Cecília Meireles

La solidità della terra, monotona,
ci sembra debole illusione.
Vogliamo la grande illusione del mare,
moltiplicata nella sua sequela di pericoli.
Il mare è solo il mare, sprovvisto di legami,
si annulla e si ricompone,
per diventare dopo la pura ombra di se stesso
vinto da se medesimo. È il suo grande esercizio.
Non vuole trascinarmi come i miei avi di un tempo,
né condurmi pian piano,
come i miei padri, dai sereni occhi scuri.
Mi accetta solo convertita nella sua natura:
plastica, fluida, disponibile,
identica a lui, in costante soliloquio,
senza esigenze di principio e fine,
indipendente da terra e cielo.

 

Sabbia e spuma di Kahlil Gibran

Per sempre camminerò su questi lidi,
Tra la sabbia e la spuma,
L’alta marea cancellerà le mie orme,
E il vento soffierà via la spuma.
Ma il mare e la spiaggia rimarranno
Per sempre.

Miracoli di Walt Whitman

Perché la gente fa tanto caso ai miracoli?
Per quanto mi riguarda io non conosco altro che miracoli,
sia che passeggi per le vie di Manhattan,
o levi il mio sguardo sopra i tetti, verso il cielo,
o sguazzi coi piedi nudi lungo la spiaggia, proprio sul filo dell’acqua,
o mi fermi sotto gli alberi, nei boschi,
o parli, di giorno, con chi amo, o dorma, di notte, accanto a chi amo,
o sieda a pranzare a un tavolo insieme ad altri,
o getti uno sguardo agli estranei che viaggiano in tram di fronte a me,
o spii le api che nei pomeriggi d’estate si affaccendano intorno all’alveare,
o gli animali al pascolo nei campi,
o gli uccelli, o gli straordinari insetti dell’aria,
la meraviglia del tramonto, le stelle che brillano placide e luminose,
o la delicata sottile curva della luna nuova in aprile;
queste cose, e le altre, una e tutte, sono miracoli per me,
a tutto si riferiscono anche se ognuna è distinta dalle altre,
e al suo posto.
È un miracolo per me ogni ora di luce e di buio,
è un miracolo ogni centimetro cubo di spazio,
ogni metro della superficie terrestre è impregnato di miracolo,
formicola di miracoli ogni centimetro del sottosuolo.
Il mare è per me un miracolo senza fine,
i pesci che nuotano – gli scogli – il moto delle onde –
le navi che portano gli uomini,
quali i miracoli più strani di questi?

 

In barca di David Herbert Lawrence

Vedi le stelle, amore,
ancor più chiare nell’acqua e splendenti
di quelle sopra a noi, e più bianche
come ninfee!

Ombre lucenti di stelle, amore:
quante stelle sono nella tua coppa?
Quante riflesse nella tua anima?
Solo le mie, amore, le mie soltanto?

Guarda, quando i remi muovo,
come deformate s’agitano
le stelle, e vengon disperse!
Perfino le tue, lo vedi?

Rovesciano le stelle le acque
acque povere, inquiete, abbandonate…!
Dici, amore, che non viene scosso il cielo
E immobili son le sue stelle?

Là! hai visto
quella scintilla volare su di noi? Le stelle
in cielo neanche son sicure.
E di me, che sarà, amore, di me?

Cosa sarà, amore, se presto
la tua stella fosse lanciata sopra un’onda?
Sembrerebbero le tenebre un sepolcro?
Svaniresti tu, amore, svaniresti?

Mare di Giovanni Pascoli

M’affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?

 

Al mare di Edmondo De Amicis

Salve, o gran mar! Come un eterno aprile
Al canto sempre il riso tuo m’invita
E mi fa ne la carne invigorita
L’onda bollir del sangue giovanile.
Salve, adorato mar! Sgomento al vile,
Tripudio al valoroso, all’egro vita,
Mistero immenso, gioventù infinita,
Bellezza formidabile e gentile!
T’amo allor che l’immane ira nei liti
Frangi, dei lampi al funeral bagliore,
Amo i tuoi flutti enormi e i tuoi ruggiti;
Ma più assai de’ ruggiti il tuo sussurro
Lento e solenne che addormenta il core,
O sterminato cimitero azzurro.

Nostalgia del mare di Juan Ramón Jiménez

Quanto dolore,
bellezza!
L’odio accende fuochi di passione
sui fuochi lontani fari, grandi fiori rossi,
delle coste del mare; grida all’erta
di fiamma bianca e verde,
sulle grida di fiamme
dei sogni, che, come nei sogni,
non si sa, in verità, se furono…
E sono quelli ancor mal desti
che brutta espressione, che freddo!
contro quelli ancor mal addormentati
che brivido, che espressione ancor più brutta!
E la morte si unisce con la vita
inaspettatamente, qua e là, come in bagliori
di cento colori tragici ed acuti;
si unisce con il sogno,
che preferisce morire anziché svegliarsi.
si unisce con il sogno.
Comincia a far giorno rosso e bianco.
Coste che fumano, nel primo sole,
per quelli che vivono ancora!

 

Brezza marina di Stéphane Mallarmé

La carne è triste, ahimè! E ho letto tutti i libri.
Fuggire! Fuggire laggiù! Io sento uccelli ebbri
d’essere tra l’ignota spuma e i cieli!
Niente, né i antichi giardini riflessi dagli occhi
terrà questo cuore che già si bagna nel mare
o notti! Né il cerchio deserto della mia lampada
sul vuoto foglio difeso dal suo candore,
né giovane donna che allatta il suo bambino.
Io partirò! Vascello che dondoli l’alberatura
l’ancora sciogli per una natura straniera!
E crede una Noia, tradita da speranze crudeli,
ancora nell’ultimo addio dei fazzoletti!
E gli alberi forse, richiamo delle tempeste
son quelli che un vento inclina sopra i naufragi
sperduti, senz’alberi, senz’alberi, né verdi isolotti…
Ma ascolta, o mio cuore, il canto dei marinai!

Mediterraneo di Albert Camus

Allo sguardo vuoto delle finestre, il mattino
con tutti i suoi denti che ha azzurri e brillanti,
gialli, verdi e rossi, ai balconi si cullano le tende.
Giovani donne con le braccia nude stendono i panni.
Un uomo, a una finestra, col binoculo in mano.
Mattino chiaro dagli smalti marini
perla latina dai bagliori liliali:
Mediterraneo.

Mezzogiorno sul mare immobile e caloroso:
mi accetta senza grida: un silenzio e un sorriso.
Spirito latino, Antichità, un velo di pudore sul grido torturato!
Vita latina che conosce i suoi limiti,
rassicurante passato, oh! Mediterraneo!
Sulle tue rive trionfano ancora voci ormai taciute,
che dicono di sì perché ti hanno negato!
Enorme e leggero,
assicuri e soddisfi e mormori l’eternità dei tuoi minuti,
oh! Mediterraneo! E il miracolo della tua storia,
lo racchiudi tutto quanto
nell’esplosione del tuo sorriso.
Inalienabile vergine, a ogni ora la sua natura si concepisce
in nature già formate.
La sua vita rinasce sui nostri dolori.
Prende il volo! E da quali ceneri, luminosa fenice!
Mediterraneo! Il tuo mondo è a misura nostra,
L’uomo all’albero si unisce e in due l’Universo si recita la commedia
in costume del Numero d’Oro
dall’immensa semplicità senza scosse sgorga la pienezza,
oh! natura che non fai salti!
Dall’olivo al Mantovano, dalla pecora al pastore,
solo l’innominabile comunione dell’immobilità.
Virgilio cinge l’albero, Melibeo va al pascolo.
Mediterraneo!
Biondo pergolato azzurro dove dondola la certezza,
così vicina, oh! così vicina alle nostre mani,
che i nostri occhi l’hanno accarezzata e le dita l’hanno lasciata.

Nella sera incombente con la giacca sulle spalle, tiene la porta aperta,
lambito dai riflessi della fiamma, l’uomo entra nella sua felicità
si dissolve nell’ombra.
Così questi uomini rientreranno in questa terra, certi di avere una proroga,
più sfiniti che sazi della felicità di aver saputo.
Nei cimiteri marini c’è solo eternità.
Lì, l’infinito si stanca ai funebri fusi.
La terra latina non trema. E come il tizzone detonante volteggia nella maschera immobile
di un cerchio,
indifferente, appare l’inaccessibile ebbrezza della luce.
Ma ai suoi figli questa terra apre le braccia e fa carne della loro carne,
e questi – sazi, si riempiono del segreto sapore di questa
trasformazione – lentamente la assaporano a mano a mano che la scoprono.

E presto, ancora e poi, i denti, i denti azzurri e brillanti
luce! Luce! L’uomo si completa in lei.
Polvere di sole, scintillio d’armi,
principio essenziale dei corpi e dello spirito,
in te i mondi si bruniscono e si umanizzano,
in te ci rendiamo e i nostri dolori si sublimano,
insistente antichità
Mediterraneo, oh! Mare Mediterraneo!
Soli, nudi, senza segreti, i tuoi figli attendono la morte.
La morte te li renderà, puri, finalmente puri.

 

Il mare è tutto azzurro di Sandro Penna

Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.

Conosco delle barche di Jacques Brel

Conosco delle barche che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

 

Saluto al mare di Arturo Graf

O mar profondo, o generosa, invitta
Immensità! sempre, fidente e pia,
Quand’è più stanca e di dolor trafitta.
Sempre ritorna a te l’anima mia.
O mare, a te, che negli oscuri e vasti
Scoscendimenti ove il tuo gorgo dorme,
I prischi germi e le perplesse forme
Di quanto vive e dee morir creasti.
Perchè nell’ombra travedendo il lume
Forse del ver l’antica fantasia,
Nata sognò la genitrice iddia,
La sfavillante iddia dalle tue spume.
A te, che tutta la terrestre mole
Cingi e soggioghi, e nel volubil grembo
Specchi l’azzurro sterminato e il nembo
Vertiginoso e il fulvo occhio del sole.
Dal grembo tuo, che mansueto vide
E sofferse dell’uom la tracotanza,
Un’arcana speranza, una speranza
Imperitura al perituro arride.
Ond’ei col vivo imaginar lontane
Patrie vagheggia e sconosciute, dove
Innovati destini e virtù nove,
Più mite il cielo e men conteso il pane.
Questa la speme che commise ai venti,
E alla fortuna, di Giason la prua,
Onde eterno il suo nome e della sua
Ventura il grido fra le umane genti.
Questa la speme che drizzò le vele
E resse il cor del Ligure tenace,
Quando il gran volo dietro al sol che giace
Spiegò, sordo agli scherni e alle querele.
O mare, o mar! sull’antico dirupo
Io seggo e guardo dal tuo sen fremente
Spuntar le nubi ora veloci or lente,
Volar per l’aria e ricalar nel cupo.
O mare, o mar! su’ tuoi flutti spumanti
Veggo le navi sbieche e profilate
Dileguar con le bianche ali spiegate
A mo’ di grandi procellarie erranti.
E trasognando penso all’errabondo
Corso de’ fiumi che fan verde e vaga
Senza frutto la terra, e d’ogni plaga
Vengon tutti a finir nel tuo profondo.
E penso a questa inesorabil sorte
Che mutando non muta, e alle infinite
Che furono e saran misere vite
Sacre invano al dolor, sacre alla morte.
E mi s’acqueta il cor doglioso, e tace
De’ turbolenti miei pensieri il grido:
Torno coi fati e con me stesso in pace
E dello stolto mio dolor sorrido.

L’onda di Gabriele D’Annunzio

Nella cala tranquilla
scintilla,
intesto di scaglia
come l’antica
lorica
del catafratto,
il Mare.
Sembra trascolorare.
S’argenta? S’oscura?
A un tratto
come colpo dismaglia
l’arme, la forza
del vento l’intacca.
Non dura.
Nasce l’onda fiacca,
subito l’ammorza.
Il vento rinforza.
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che nasce
nel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene,
rincalza, ridonda.
Altra onda s’alza,
nel suo nascimento
più lene.
Palpita, sale,
si gonfia, s’incurva,
s’allunga, propende.
Il dorso ampio splende
come cristallo;
la cima leggera
s’arruffa
come criniera
nivea di cavallo.
Il vento la scavezza.
L’onda si spezza, precipita nel cavo
del solco sonora;
spumeggia, biancheggia,
s’infiora, odora,
travolge la cuora,
trae l’alga e l’ulva;
s’allunga,
rotola, galoppa;
intoppa
in altra cui’l vento
diè tempra diversa;
l’avversa,
la salta, la sormonta,
vi si mesce, s’accresce.
Di spruzzi, di sprazzi,
di fiocchi, d’iridi
ferve nella risacca;
par che di crisopazi
scintilli
e di berilli
vividi a sacca.
O sua favella!
Sciacqua, sciaborda,
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella,
numerosa e folle,
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.
E per la riva l’ode
la sua sorella scalza
dal passo leggero
e dalle gambe lisce,
Aretusa rapace
che rapisce le frutta
ond’ha colmo suo grembo.
Subito le balza
il cor, le raggia
il viso d’oro.
Lascia ella il lembo,
s’inclina
al richiamo canoro;
e la selvaggia
rapina,
l’acerbo suo tesoro
oblìa nella melode.
E anch’ella si gode
come l’onda, l’asciutta
fura, quasi che tutta
la freschezza marina
a nembo
entro le giunga!
Musa, cantai la lode
della mia Strofe Lunga.

 

Il mare di Mario Luzi

Si ara, si pettina
si struscia
contro se stesso
il mare
pizzicato dall’aria,
mordicchiato dal vento
nella verde-azzurra pelle.

Le nozze del mare di Giosuè Carducci

Quando ritto il doge antico
su l’antico bucentauro
l’anel d’oro dava al mar,
e vedeasi, al fiato amico
de la grande sposa cerula,
il crin bianco svolazzar;

Sorrideva nel pensiero
ne le fronti a’ padri tremuli
de’ forti anni la virtú,
e gittava un guardo altero,
muta, a l’onde, al cielo, a l’isole,
la togata gioventú.

Ma rompea superbo un canto
da l’ignudo petto ed ispido
de gli adusti remator,
ch’oggi vivono soltanto,
Tizian, ne le tue tavole,
ignorati vincitor.

Ei cantavano San Marco,
i Pisan, gli Zeni, i Dandoli,
il maggior de i Morosin;
e pe’ i sen lunati ad arco
lunghi gli echi minacciavano
sino al Bosforo e a l’Eussin.

Ne la patria del Goldoni
dopo il dramma lacrimevole
la commedia oggi si dà:
de i grandi avi i padiglioni
son velari, onde una femmina
il mar d’Adria impalmerà.

Le carezze fien modeste;
consumare il matrimonio
i due sposi non potran:
paraninfa, da Trieste
l’Austria ride; e i venti illirici
l’imeneo fischiando van.

Fate al Lido un po’ di chiasso
e su a bordo un po’ di musica!
le signore hanno a danzar.
ma, per Dio, sonate basso:
qualcheduno a Lissa infracida,
che potrebbesi svegliar.

Bah! qui porgono la mano
vaghe donne, a sprizzi fervidi
lo sciampagna esulta qui.
conte Carlo di Persano,
oggi a festa i bronzi rombano;
non mancate al lieto dí.

 

E voi, quale poesia sul mare preferite?

Note e approfondimenti

  • 1 Tra l’altro, la poesia continua a far discutere non solo gli accademici, ma anche i giornalisti. È notizia di pochi anni fa la scoperta dell’identità del marinaio che pare abbia ispirato Coleridge.

 

Conosci altre poesie sul mare? Presentacele nei commenti.

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