Per gli studenti di oggi, socialismo e comunismo sono spesso roba vecchia. Concetti non tanto sorpassati, ma soprattutto lontani, che si conoscono solo grazie ai libri di scuola. Per quelli nati dopo il crollo dell’Unione Sovietica, queste parole hanno infatti un valore storico o poco più, come possono avere “bonapartismo” o “risorgimento”.

Eppure quelle stesse parole hanno plasmato la vita non di generazioni vissute secoli fa, ma dei loro stessi genitori. In Italia esistevano due partiti – il PCI e il PSI – che incarnavano quelle idee e prendevano moltissimi voti, formavano governi o mobilitavano milioni di lavoratori [1]. Ma anche all’estero la situazione era più o meno la stessa.

Ognuno, quindi, conosceva molto chiaramente i programmi e le idee di queste due dottrine politiche, e soprattutto le differenze che distinguevano l’una dall’altra.

Capivano come si ponevano nei confronti del capitalismo e dell’economia pianificata, conoscevano, spesso, il significato di socialismo utopistico e socialismo scientifico, comprendevano la differenza tra riforme e rivoluzione.

In certi casi, venivano a contatto anche con le diverse anime dell’una o dell’altra ideologia. Si parlava, al tempo, di socialismo liberale, di socialdemocrazia, di socialismo libertario, di anarco-comunismo. E ancora di marxismo-leninismo, di trotzkismo, di maoismo.

L’eterna frammentazione dei movimenti socialisti

Insomma, questi due concetti si declinavano in mille sigle e mille denominazioni, perché già allora la tendenza alla frammentazione era il male incurabile della sinistra italiana ed europea. E, anche se oggi questi termini paiono desueti, vale la pena di recuperarli e comprenderli, per capire un po’ della nostra storia.

Questo articolo non può, nel suo piccolo, affrontare tutte le questioni che abbiamo sfiorato con una veloce panoramica. Ci concentreremo, infatti, esclusivamente sulla distinzione tra socialismo e comunismo, in modo almeno da chiarire il punto centrale del discorso. Per gli altri dettagli ci sarà tempo per approfondire più avanti.

 

1. Quando venivano usati come sinonimi

Chiariamo subito una questione fondamentale: le parole “socialismo” e “comunismo” sono sostanzialmente state usate come sinonimi per tutto l’Ottocento. E anzi, a voler essere precisi, almeno fino alla Rivoluzione d’Ottobre, e quindi fino al 1917.

Claude-Henri de Saint-Simon
Claude-Henri de Saint-Simon

Lo stesso Karl Marx, nei suoi scritti, non dà segno di distinguerle. Sono parole che per lui fotografavano due aspetti diversi della stessa battaglia, e quindi quando si parlava di partiti socialisti o comunisti si intendeva all’epoca la stessa cosa.

“Socialismo” è una parola che affonda le sue radici nel termine “sociale”. I movimenti socialisti sorsero infatti all’inizio dell’Ottocento con l’intento di migliorale le condizioni dei più umili, in modo da farli sentire finalmente parte integrante della società.

Il primo a usare questo termine nel senso moderno fu Henri de Saint-Simon, filosofo francese vissuto a cavallo tra il ‘700 e l’800. Influenzato dagli illuministi e precursore dei positivisti, pensò che la scienza avrebbe dovuto riuscire a migliorare le condizioni di vita di tutti e in particolare del nascente proletariato.

I socialisti utopisti

Saint-Simon è considerato il padre del socialismo utopistico, che Marx avrebbe etichettato come ingenuo ed inefficace. Ma fu presto seguito da molti altri pensatori. In Inghilterra ebbero ad esempio un certo successo le teorie dell’industriale Robert Owen.

In Francia arrivarono poi Charles Fourier, Pierre-Joseph Proudhon (padre dell’anarchismo), Louis Blanc, Louis Auguste Blanqui ed altri ancora. Ognuno aveva una visione diversa del modo in cui inglobare le “plebi”, come venivano chiamate allora, nella sfera politica.

Tra le richieste più frequenti c’era la ridistribuzione della proprietà, perché quella era la principale causa delle disuguaglianze. Ma anche il suffragio universale, il diritto al lavoro, la fondazione di fabbriche di proprietà dello Stato ed altri diritti di questo tipo.

Il socialismo scientifico

Tutte queste prime forme di socialismo furono superate – ed emarginate – da Karl Marx. Il filosofo tedesco, infatti, criticò questi pensatori, ritenendo che non avessero compiuto la necessaria analisi dei sistemi economici del capitalismo, finendo per rendere inefficaci le loro buone intenzioni.

Karl MarxMarx, invece, riteneva di aver dato avvio ad un socialismo nuovo, che lui chiamò socialismo scientifico. Un socialismo che indagava sulle strutture del capitalismo, sia dal punto di vista politico che economico, e proponeva delle strategie precise per superare quella fase storica e portare al trionfo del proletariato.

Una delle sue prime opere fu il Manifesto del Partito Comunista, in cui introduceva il concetto di lotta di classe. I proletari di tutto il mondo dovevano unirsi per combattere contro la borghesia, che deteneva il potere.

Dopodiché, si sarebbe dedicato alla lunga stesura del Capitale, un’opera dal carattere prettamente economico, in cui indicava anche i limiti e i difetti strutturali del capitalismo. Ma in tutti i suoi scritti, socialismo (scientifico) e comunismo continuarono ad essere termini usati con il medesimo significato.

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2. Comunismo e socialismo nei confronti di Marx

I due termini si sarebbero separati, in realtà, qualche decennio dopo la morte di Karl Marx. E la causa scatenante di questo “divorzio” fu la Rivoluzione sovietica, che impedì alle diverse anime del socialismo di continuare a lavorare assieme.

Il simbolo della SPD tedescaPrima di arrivare a questo punto, però, facciamo un passo indietro, e andiamo alle origini dei partiti socialisti europei. Alla fine dell’Ottocento, con l’allargarsi del suffragio, sorsero un po’ in tutti i paesi dei moderni partiti di massa, che si rivolgevano al proletariato e cominciavano ad entrare in parlamento.

Il primo di questi partiti fu la SPD tedesca [2], a cui seguirono via via tutti gli altri. Il Partito Socialista Italiano nacque nel 1892. Il Partito Operaio Socialdemocratico Russo venne fondato nel 1898.

Come si nota, in questa prima fase tutti i partiti europei si chiamavano “socialista” o “socialdemocratico”. Non esistevano ancora partiti “comunisti”, anche se il comunismo era l’esito verso cui questi partiti dovevano tendere.

L’obiettivo: prima il socialismo e poi il comunismo

Nei suoi scritti, infatti, Marx aveva sostenuto che il capitalismo era un sistema destinato a crollare. E che gli operai avrebbero dovuto prendere il potere, portando la società verso un futuro più giusto ed equo.

Questo percorso secondo Marx doveva avvenire in due fasi. Nella prima doveva instaurarsi la dittatura del proletariato, con una socializzazione dei mezzi di produzione. Le fabbriche, in pratica, avrebbero dovuto divenire di proprietà dello stato, mentre nello stesso tempo dovevano essere abbattute le vecchie istituzioni borghesi.

Subito dopo, però, bisognava passare alla fase comunista pienamente raggiunta, in cui non avrebbe avuto più senso parlare di stato o di classi, ma si sarebbe raggiunta la piena uguaglianza. Il comunismo era, insomma, per Marx il punto d’arrivo futuro del programma socialista.

Quando si differenziarono: riformisti e massimalisti

Ma allora, chi fu a separare “socialismo” e “comunismo”, ad operare la prima e definitiva distinzione tra i due termini? La risposta è semplice: Lenin, il padre della rivoluzione russa.

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Tutto avvenne nel 1917. Abbiamo già accennato al fatto che in Russia a fine ‘800 era sorto un partito d’ispirazione marxista denominato Partito Operaio Socialdemocratico Russo. All’interno di questo gruppo, però, si erano fin da subito venute a creare due correnti, che replicavano distinzioni che già esistevano anche negli altri partiti europei.

Filippo Turati, leader della corrente riformista italiana
Filippo Turati, leader della corrente riformista italiana

Il socialismo, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, aveva infatti due anime. Da un lato c’erano i riformisti, dall’altro i rivoluzionari (o massimalisti). Questi ultimi erano fedeli all’originario messaggio di Marx, e pensavano che per operare il cambiamento bisognasse mettere in atto una vera e propria rivoluzione.

Per i massimalisti, non ci si poteva accontentare quindi di un “programma minimo”, che avrebbe finito solo per spegnere l’entusiasmo e le forze del proletariato. Bisognava invece puntare all’obiettivo massimo, e quindi alla presa del potere. Alla rivoluzione.

L’altra corrente era quella dei riformisti, che invece ritenevano che le varie società europee non fossero ancora pronte per mettere in atto i progetti di Marx [3] e che quindi fosse meglio accontentarsi di riforme graduali. I riformisti volevano quindi che i socialisti entrassero in Parlamento, trattassero coi governi e ottenessero cambiamenti.

Bolscevichi e menscevichi

Come detto, queste due correnti emersero anche all’interno del Partito Socialdemocratico Russo. I riformisti, che erano una minoranza, vennero chiamati Menscevichi, mentre i rivoluzionari Bolscevichi. Leader di quest’ultimo gruppo divenne presto Lenin.

Quando la rivoluzione russa si realizzò, nel 1917, i bolscevichi presero il potere. E, per marcare la differenza col precedente partito e con gli altri partiti europei, decisero di rifondarsi con un nuovo nome. Nacque così, nel 1918, il Partito Comunista Russo, che qualche anno dopo avrebbe cambiato nome in PCUS, Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Lenin al secondo congresso del Comintern, nel 1920Nel giro di pochi mesi, in tutti i paesi europei si verificarono delle scissioni dovute all’eco di quegli eventi [4]. La sinistra interna dei Partiti Socialisti, infatti, scelse di staccarsi dalla vecchia ala riformista e di fondare nuovi partiti che si richiamassero all’esempio russo.

Anche in Italia avvenne una rottura di questo tipo. D’altronde, lo stesso Lenin aveva suggerito ai suoi ammiratori italiani di tagliare tutti i ponti con Turati, il vecchio leader del socialismo riformista.

Durante il Congresso di Livorno, nel 1921, i comunisti non accettarono la mediazione dei vecchi massimalisti e, visto che non raggiungevano la maggioranza, si scissero, fondando il Partito Comunista d’Italia. Primo leader fu Amadeo Bordiga.

Socialismo e comunismo da quel momento in poi

Dal 1920/21, quindi, socialismo e comunismo smisero di essere sinonimi. Sia perché si separarono in due partiti diversi, sia perché interpretavano in maniera diversa gli scritti di Marx.

I socialisti continuarono a richiamarsi alla tradizione marxista. Solo per fare un esempio, la falce e il martello rimasero per molti decenni nel simbolo del Partito Socialista Italiano e di altri partiti socialdemocratici. Queste formazioni, però, continuavano a interpretare Marx in chiave sostanzialmente revisionista.

Da Marx a Lenin in un manifesto russoI Partiti comunisti, invece, leggevano Marx filtrandolo attraverso la lettura di Lenin. Il politico russo infatti aveva delineato un programma molto preciso, colmando i vuoti teorici lasciati da Marx.

Secondo lui, il Partito comunista doveva essere fortemente accentrato, animato da una ferrea disciplina, guidato da un’avanguardia rivoluzionaria che avrebbe dovuto anticipare la volontà delle masse. Anche per questo, sarebbe quindi più corretto parlare non tanto di marxismo, quanto di marxismo-leninismo.

 

3. Il rapporto con l’economia di mercato

Dopo la scissione provocata dalla Terza Internazionale, i partiti socialisti e comunisti si differenziarono notevolmente. Per tutti gli anni ’20 e ’30, anzi, lottarono anche aspramente tra di loro, almeno fino a quando il fascismo non divenne un problema comune e non si decise di unire le forze (anche se tardi) contro di esso.

A dividere le due fazioni, comunque, c’erano molti fattori ideologici. Il primo che vogliamo sottolineare è quello che riguarda l’economia di mercato, il capitalismo. Il comunismo, ovviamente, lo rifiuta in toto: l’economia di mercato rimase sempre il nemico principale da combattere.

I socialisti, col passare del tempo, andarono invece attenuando anche notevolmente la loro posizione sull’argomento. L’uscita dei comunisti, e quindi dell’ala più radicale, rese più facile per loro scendere a patti con i governi, almeno laddove i partiti liberali erano disposti a governare coi socialisti.

Dopo la crisi del ’29, proposero quindi un modello di economia capitalistica moderata dall’intervento dello Stato e favorirono in vari paesi la nascita del Welfare state, dello stato sociale.

Le scelte di politica estera

Inoltre, un po’ alla volta i partiti socialisti presero anche posizione a favore del Patto Atlantico. Rinnegarono cioè l’appoggio alla Russia, con cui avevano sempre avuto rapporti ambivalenti, ed accettarono che i vari paesi dell’Europa Occidentale entrassero nell’orbita statunitense.

Questo avvenne ovviamente nel secondo dopoguerra, e dopo un percorso anche piuttosto lungo. A favorire questa posizione però furono anche le repressioni operate dall’URSS nei confronti dei paesi satelliti.

Rivoltosi ungheresi dopo aver abbattuto la statua di Stalin a Budapest
Rivoltosi ungheresi dopo aver abbattuto la statua di Stalin a Budapest

L’arrivo dei carri armati sovietici nell’Ungheria nel 1956 e della Cecoslovacchia nel 1968, dove si era cercato di mettere in piedi un “socialismo dal volto umano” (come si diceva allora), resero ancora più forte la critica dei socialisti all’URSS.

 

4. Il rapporto con le istituzioni borghesi

Come si erano divisi nell’interpretazione dell’economia di mercato, così socialisti e comunisti si divisero nel diverso modo di rapportarsi alle istituzioni borghesi. I socialisti sedevano in Parlamento, trattavano coi governi e in alcuni casi accedevano anche ai ministeri. I comunisti no, e non solo perché stavano all’opposizione.

Fedeli all’impostazione leninista, nei primi anni i comunisti ritennero che l’unico modo per prendere il potere fosse passare tramite la rivoluzione armata. Un progetto che spesso non si riuscì a realizzare: in Italia perché al potere salì il fascismo; in Germania, ad esempio, perché i comunisti della Lega di Spartaco furono sconfitti sul piano militare.

Rosa Luxemburg, leader spartachista, durante un comizio in Germania
Rosa Luxemburg, leader spartachista, durante un comizio in Germania

I socialisti, come detto, intanto salivano al governo. In Germania, in Francia, in Spagna parteciparono alle elezioni e lavorarono al fianco di altri partiti di sinistra, operando riforme difficili ma a volte anche profonde sulla società.

Fino alla metà degli anni ’30, comunque, le due fazioni rimasero profondamente divise. La pregiudiziale arrivava principalmente dai comunisti, che parlavano apertamente di “socialfascismo“: i partiti socialisti per loro non erano diversi da quelli fascisti. Entrambi erano espressione della borghesia, e quindi nemici.

La svolta dei Fronti popolari

Una prima svolta arrivò però appunto attorno alla metà degli anni ’30. Il rafforzamento del fascismo italiano e soprattutto la presa del potere di Hitler in Germania preoccuparono notevolmente Stalin e il PCUS, che decisero di cambiare strategia. Invitarono quindi i partiti comunisti a non lottare più contro i socialisti, ma ad allearsi con essi.

Manifesto del Fronte Popolare italiano nel 1948

Nacquero così i cosiddetti Fronti Popolari, cioè raggruppamenti di sinistra che dovevano presentarsi alle elezioni uniti e combattere i partiti di destra. I comunisti, quindi, scendevano per la prima volta a patti con le istituzioni borghesi. Una scelta che si rivelò vincente nel breve periodo: i Fronti Popolari presero il potere infatti in Francia e in Spagna.

L’esperimento, però, durò poco. In Francia infatti i governi implosero per via delle divisioni interne, mentre in Spagna scoppiò una guerra civile che sarebbe stata vinta dalle forze reazionarie di Francisco Franco [5].

In Italia, il Fronte Popolare sarebbe arrivato solo nel dopoguerra, alla caduta del fascismo. Alle prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana, quelle del 1948, il PSI e il PCI si presentarono uniti, ma vennero superati dalla DC.

Da quel momento in poi però tutti i principali partiti comunisti dell’Europa occidentale accettarono le istituzioni borghesi, e quindi le libere elezioni, la lotta politica tradizionale, il Parlamento. I tempi erano cambiati e questa differenza era ormai scomparsa (anche se perduravano le altre).

 

5. I rapporti con l’URSS e la sua fine

È evidente che, date queste premesse, ben diversi erano i sentimenti di socialisti e comunisti nei confronti dell’URSS. I comunisti, per molto tempo, manifestarono la loro accorata e illimitata fede nei confronti dell’Unione Sovietica, che costituiva il primo esempio di rivoluzione comunista compiuta.

Enrico Berlinguer, leader del PCI tra gli anni '70 e '80

Le cose cambiarono, in Occidente, solo tra gli anni ’70 e ’80, quando ad esempio in Italia le posizioni di Enrico Berlinguer portarono il PCI progressivamente a smarcarsi dalla Russia.

I socialisti, invece, dopo la rottura degli anni ’20 mantennero sempre un atteggiamento guardingo nei confronti dei cugini russi. Certo, la rivoluzione socialista operata in quel paese era guardata con interesse, ma non si dimenticavano gli eccessi bolscevichi e la polemica del “socialfascismo”.

La lotta a fascismo e nazismo portò comunisti e socialisti a riavvicinarsi per qualche tempo, ma nel dopoguerra le posizioni, come abbiamo visto, tornarono a differenziarsi. Per questo, come detto, i socialisti espressero sempre riprovazione nei confronti della repressione che l’URSS operava nei suoi paesi satelliti.

La caduta del comunismo

Questo diverso atteggiamento ebbe conseguenze molto rilevanti tra il 1989 e il 1991, quando crollarono il comunismo e l’Unione Sovietica. I partiti comunisti europei furono ovviamente travolti da questo fatto. Cercarono di sopravvivere in alcuni casi rinnovandosi, in altri cambiando nome e, di fatto, trasformandosi in partiti socialdemocratici.

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I partiti socialisti, invece, sopravvissero, e anzi generalmente crebbero. La crisi dei “cugini” rafforzò la loro posizione, ponendoli come incontrastati leader delle formazioni di centro-sinistra. Così avvenne in Spagna e in Francia, mentre in Inghilterra e in Germania (Ovest) i comunisti praticamente neppure esistevano.

Bettino Craxi in un congresso del PSI del 1978In Italia, invece, avvenne qualcosa di diverso. Da noi, infatti, la crisi del comunismo venne quasi a coincidere con lo scoppio di Tangentopoli e la messa in stato d’accusa dei vecchi partiti. Il PSI, che avrebbe potuto trarre grandi vantaggi dalle difficoltà dei comunisti, fu travolto dagli scandali e dalle inchieste giudiziarie e quasi scomparve.

Per questo, il PCI seppe riposizionarsi, trasformandosi in PDS prima e DS poi, prendendo sostanzialmente il posto del moribondo PSI. In pratica, i comunisti che nel 1921 avevano lasciato il PSI perché troppo moderato, ritornavano 70 anni dopo sui loro passi, abbandonando il comunismo e risposando le tesi socialdemocratiche.

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Note e approfondimenti

[1] Il PCI raggiunse nel il suo massimo risultato alle elezioni politiche del 1976, superando il 34% dei voti. Il PSI nel dopoguerra non arrivò mai a percentuali così alte, ma a partire dal 1963 entrò in tutti i governi, almeno fino alla fine della cosiddetta Prima Repubblica.
[2] La sigla sta ad indicare il Sozialdemokratische Partei Deutschlands, Partito Socialdemocratico Tedesco. Fu fondato addirittura nel 1863 e sopravvive ancora oggi, visto che è attualmente il secondo partito tedesco per numero di voti.
[3] Il pensatore tedesco aveva infatti effettuato delle previsioni che, a qualche decennio di distanza dalla sua morte, sembravano ancora lungi dall’avverarsi. Questo spinse alcuni esponenti socialisti ad operare una revisione del programma marxista; si parlò quindi di socialisti “revisionisti”.
[4] A voler essere precisi, questo processo fu avviato dalla Terza Internazionale, il Comintern. Il Partito Comunista russo infatti invitò tutti i simpatizzanti europei a staccarsi dai riformisti e a fondare un nuovo partito che contenesse la parola “comunista” nel nome. Bisognava «[…] bollare a fuoco, in modo sistematico e implacabile, non soltanto la borghesia ma anche i suoi complici, i riformisti di qualunque sfumatura». I punti chiave di quelle richieste possono essere letti qui.
[5] Che comunque avrebbe tratto notevoli vantaggi dalle divisioni interne del fronte repubblicano, viste le lotte intestine tra comunisti, anarchici, trotskisti ed esponenti di altre sigle di sinistra.

 

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