René Magritte è stato non solo uno dei pittori più importanti del Novecento, ma anche uno di quelli più amati. La sua arte, infatti, ha il raro pregio di parlare a tutti, anche se “parlare” non è proprio il termine esatto. Come scopriremo nell’articolo che segue, dedicato appunto alle migliori opere di Magritte, i suoi quadri riescono a suscitare qualcosa in tutti gli spettatori, un qualcosa che però non è quasi mai chiaro e facile da esprimere a parole.

Aderì infatti molto presto al surrealismo, dopo aver sperimentato qualche altra avanguardia pittorica. E in quello stile che traeva ispirazione da Sigmund Freud e dai sogni sguazzò a lungo, creando diverse visioni inquietanti, sempre difficili da spiegare ma sempre intriganti ed affascinanti.

Nato nel 1898 in Belgio, morì a Bruxelles nel 1967, dopo aver attraversato praticamente tutti i momenti più importanti del Novecento. La sua arte, a cinquant’anni abbondanti di distanza dalla sua scomparsa, è però ancora incredibilmente viva e vitale, e merita di essere riscoperta. Ecco i quadri da cui partiremmo noi.

Nell’immagine di copertina, un’installazione per il Museo Magritte a Bruxelles (foto di Warburg via Wikimedia Commons)

 

1. Il tradimento delle immagini

Partiamo dall’opera indubbiamente più celebre, e per certi versi più filosofica, di René Magritte. Il tradimento delle immagini, noto anche col titolo originale in francese di La trahison des images, è il quadro più citato e conosciuto dell’artista belga, forte di un messaggio semplice e sconvolgente.

Lo vedete qui sotto, ma l’avrete già visto mille volte. Su uno sfondo monocromatico Magritte dipinse una pipa ben dettagliata e ben fatta. Al di sotto, in un corsivo elegante e quasi scolastico, aggiunse una didascalia: «Ceci n’est pas une pipe». Che in italiano significa: «Questa non è una pipa».

Il tradimento delle immagini di René Magritte, meglio noto come Questa non è una pipa
La prima reazione in cui qualsiasi spettatore incappa è semplice: Magritte dev’essere impazzito. Disegna una pipa e subito sotto scrive che quella disegnata non è una pipa. Al tempo qualcuno avrà pensato a una provocazione surrealista, a un semplice gioco dell’assurdo.

Per Magritte, però, nella sua immagine non c’era nulla di paradossale. Quella del quadro non era una pipa, semplicemente per il fatto che era l’immagine di una pipa. E tra le cose e la loro rappresentazione c’è una differenza evidente.

Il capolavoro di Magritte

Fu lo stesso Magritte, anni dopo, a rendere evidente l’intento del suo quadro: «Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa sia una pipa? Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa». E poi, più avanti: «Ma non vedo niente di paradossale in quest’immagine, giacché l’immagine di una pipa non è una pipa, c’è una differenza».

Insomma, un messaggio piuttosto chiaro ed evidente, che forse proprio per la sua chiarezza sconvolse un po’ tutti. E anticipò molte riflessioni che la filosofia aveva già abbozzato, ma che avrebbe rafforzato negli anni seguenti, parlando di significante e di significato, di linguaggio come rappresentazione del mondo e così via.

Erano, d’altra parte, anni intensi in cui l’arte anticipava la riflessione o la potenziava. Il tradimento delle immagini fu realizzato da Magritte nel 1928-29 ed è oggi conservato al Los Angeles County Museum of Art, negli Stati Uniti.

Una piccola curiosità: un gioco linguistico simile a quello messo in atto da Magritte fu tentato, addirittura secoli prima, anche dal filosofo Denis Diderot. Nel 1772 scrisse infatti un racconto dal titolo Questo non è un racconto (in francese, Ceci n’est pas un conte) che, a posteriori, ricorda molto il quadro di Magritte.

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2. Gli amanti

Il tradimento delle immagini è un quadro che lascia interdetti, come molte delle opere di Magritte. Spesso però le creazioni dell’artista belga non solo erano capaci di stupire, ma anche di inquietare, lasciando addosso allo spettatore un senso di malessere difficile da esprimere.

Questo, a nostro avviso, è anche il caso de Gli amanti, opera che in realtà Magritte realizzò in due versioni molto simili, nel 1928. Quella che vedete qui di seguito è quella più celebre, conservata oggi al MoMA di New York; l’altra è invece alla National Gallery of Australia.

Gli amanti, una delle opere di René Magritte più famose
Il tema dell’opera, come il titolo suggerisce, parrebbe essere quello amoroso. La scelta di Magritte però è tutt’altro che romantica, e sembra alludere all’infelicità più che alla realizzazione dei propri desideri o al trionfo della passione.

Come sempre davanti ai quadri surrealisti, le interpretazioni del messaggio possono essere varie, e nelle prossime righe le vedremo. In questo caso però c’è un elemento in più a peggiorare la situazione: la madre di Magritte si suicidò quando il figlio era adolescente, gettandosi nel fiume Sambre con una camicia da notte avvolta attorno alla testa.

L’incomunicabilità e la banalità

Al di là di questo elemento biografico, che sicuramente ha avuto un peso nella genesi dell’opera, Gli amanti sembra parlare più in generale dell’incomunicabilità. I due amanti in questo quadro si scambiano sì un bacio, ma è un bacio che non riesce realmente a superare la separazione che c’è tra di loro.

I due protagonisti non si conoscono davvero, visto che non si vedono neppure in faccia. Non si toccano, dato che le lenzuola si frappongono tra loro. Non hanno neppure una precisa identità, perché, come spesso accade nei quadri di Magritte, i loro tratti somatici non sono visibili.

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D’altra parte, l’unico elemento che si nota, in questi due personaggi, è l’abbigliamento. La donna ha un abito di cui si intravede solo il colore, in tutto simile a quello della parete sulla destra. Il che ci lascia pensare che si potrebbe quasi mimetizzare con essa.

L’uomo, da par suo, indossa un banale abito borghese. Il che – collegandoci anche ad altri quadri che vedremo – sembra riportarci a un tratto ricorrente della poetica di Magritte: la spersonalizzazione della vita moderna, in cui tutti si vestono allo stesso modo e agiscono anche allo stesso modo.

 

3. Golconda

Un altro dei quadri più famosi e allo stesso tempo enigmatici di Magritte è anche Golconda, realizzato nel 1953 e oggi conservato all’interno della Menil Collection, a Houston, in Texas. Il quadro riprende alcuni elementi tipici della creatività dell’artista belga, in una dimensione però ancora più onirica ed inquietante.

Come si vede anche nella riproduzione qui sotto, la scena è ambientata all’interno di un sobborgo piuttosto banale, che qualcuno ha notato essere simile a quello in cui viveva lo stesso artista, in Belgio. Il paesaggio consueto, però, viene sconvolto da un gran numero di uomini sospesi a mezz’aria.

Golconda di René Magritte
La prima cosa che si nota, e che inquieta, è la spersonalizzazione di questi esseri umani. Una spersonalizzazione ottenuta in modo diverso rispetto a quanto appena visto ne Gli amanti, ma che fu frequente nei quadri di Magritte. Gli uomini sono rappresentati infatti da lontano, in modo che non si possa distinguerli. E poi, soprattutto, sono vestiti tutti uguali.

Il look è tipico del dopoguerra, ma anche delle stesse opere del pittore belga, visto che lo ritroveremo a breve in Il figlio dell’uomo, solo per fare un esempio. Gli uomini hanno tutti impermeabile scuro, ombrello e bombetta, nella tipica mise del borghese che lavorava nella city.

L’inquietante piattume della borghesia

Già qui si scorge il primo elemento inquietante, in quanto il quadro sembra quasi un atto d’accusa all’epoca moderna, che – col lavoro piccoloborghese – ci rende tutti uguali, grigi e anonimi. Ma a rendere ancora più strana tutta la situazione è il fatto che questi uomini siano sospesi, non si sa se perché in caduta o perché stiano salendo.

Lo stesso punto di vista, a ben guardare, non è quello di un osservatore che si trovi a terra, ma di un uomo allo stesso tempo in volo. In pratica, anche noi che guardiamo siamo nella stessa condizione degli altri, anche noi siamo sospesi a mezz’aria. E quindi anche noi facciamo parte di quell’umanità senza identità.

Il lato angoscioso di quest’opera è stato colto fin da subito, ma ha trovato forse la sua massima espressione in un fumetto. All’interno della serie horror di Dylan Dog c’è infatti un numero, intitolato non a caso Golconda!, che immagina il realizzarsi della situazione dipinta da Magritte, con effetti tragici.

A straniare, inoltre, è non a caso anche il titolo scelto da Magritte. Golconda è infatti un’antica città indiana, famosa in passato per essere al centro delle vie del commercio dei diamanti. Per questo il suo nome era diventato sinonimo di ricchezza. Una ricchezza di cui evidentemente Magritte voleva denunciare la vacuità.

 

4. Il figlio dell’uomo

Il tema dell’uomo borghese e dell’identità, che già abbiamo visto ripreso in diverse opere, esplode prepotentemente ne Il figlio dell’uomo, uno degli ultimi lavori di Magritte e allo stesso tempo uno dei suoi quadri più famosi. Fu realizzato infatti nel 1964, tre anni prima della morte del pittore.

Il figlio dell'uomo di René Magritte

Qui non ci sono tanti uomini anonimi, tutti uguali tra loro, sulla scena, ma un uomo solo, che però non si distingue affatto dai precedenti. Gli abiti, in fondo, sono gli stessi: la stessa bombetta che tanto andava di moda in quei primi anni ’60, lo stesso vestito in toni spenti e grigi.

 
E il volto? Qui, come in altre opere che vedremo velocemente più avanti, Magritte sceglie deliberatamente di nasconderlo. Solo che stavolta non è la distanza a celarci le fattezze del soggetto del ritratto, né un lenzuolo che lui stesso può essersi messo addosso. Stavolta è un elemento messo dallo stesso pittore: una mela verde.

Si intravede, in fondo, dietro ad essa qualcosa di quest’uomo. Se ne vede distintamente il mento, se ne scorge un occhio. Ma ci manca lo sguardo d’insieme, la comprensione di chi sia quell’uomo. Anche perché quello di fatto non è, non esiste; allo stesso modo in cui non esiste – sembra dirci Magritte – qualsiasi uomo borghese.

Le immagini che nascondono

Rispetto ad altre opere, però, qui c’è anche qualcosa in più. Qualcosa che fu lo stesso Magritte ad evidenziare.

«Ebbene, qui abbiamo qualcosa di apparentemente visibile poiché la mela nasconde ciò che è nascosto e visibile allo stesso tempo, ovvero il volto della persona. Questo processo avviene infinitamente. Ogni cosa che noi vediamo ne nasconde un’altra; noi vogliamo sempre vedere quello che è nascosto da ciò che vediamo. Proviamo interesse in quello che è nascosto e in ciò che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere la forma di un sentimento letteralmente intenso, un tipo di disputa, potrei dire, fra ciò che è nascosto e visibile e l’apparentemente visibile».

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In fondo, questa citazione può essere letta anche come un riferimento all’intero movimento surrealista, che dando spazio alla dimensione onirica cercava di mostrare qualcosa che solitamente era nascosto, quello che stava dietro. Eppure rimaneva sempre qualcosa di ulteriore, perché dietro ad ogni cosa c’è uno sfondo nascosto, un pezzo di realtà non vista.

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5. L’impero delle luci

Lo scopo di Magritte, è ormai piuttosto evidente, era quello di provocare nel fruitore delle sue opere d’arte un sentimento di spaesamento, di sorpresa, di dubbio. Il pittore belga amava stupire e allo stesso tempo dare al suo pubblico l’occasione per provare a mettere in discussione l’apparenza delle cose.

I suoi quadri possono essere visti, infatti, come un tentativo di svelare il mistero presente in ogni cosa, spesso tramite il paradosso, la sfida, la provocazione. Così è anche per L’impero delle luci, uno dei suoi quadri più suggestivi, che risale ai primi anni ’50.

L'impero delle luci di René Magritte
In realtà, anche in questo caso Magritte realizzò più versioni dello stesso soggetto, tutte intitolate allo stesso modo. Il primo L’impero delle luci è infatti datato 1949 ed è stato recentemente battuto all’asta a New York per 20,5 milioni di dollari1.

Una seconda versione è oggi conservata alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, una terza si trova negli Stati Uniti e una quarta, datata 1954, a Bruxelles, nel Museo Reale delle Belle Arti. Insomma, vari quadri per un unico soggetto: quello che vedete qui sopra.

Un quadro che è un ossimoro

All’apparenza, l’opera si richiama a uno stile pittorico piuttosto classico. Secondo quanto spiegato a suo tempo dallo stesso Magritte, l’idea gli venne in particolare ispirandosi ai lavori di John Atkinson Grimshaw, pittore vittoriano specializzato in vedute urbane al tramonto.

Qui però c’è qualcosa di diverso da una semplice serata cittadina. C’è un quadro che è sostanzialmente diviso in due: sotto è sera, e ci si trova su una strada di città; sopra c’è invece il cielo, un cielo però ritratto in pieno giorno.

È questo accostamento di due fasi diverse della giornata come se si verificassero però nello stesso momento a creare il classico straniamento che Magritte sperava di suscitare. Un espediente che è stato definito anche in un certo senso un ossimoro, richiamandosi alla celebre figura retorica in cui si accostano termini di senso contrario.

Il binomio notte-giorno, che rappresenta una classica antitesi, si trova quindi qui magicamente unito, senza scontro né apparente fastidio. Nel mondo di Magritte, un mondo in cui si vive spesso al di là della realtà a cui siamo abituati, anche questo può sembrare normale.

 

Altre 10 opere di Magritte, oltre alle 5 già segnalate

Vi abbiamo, come nostro solito, fin qui presentato le cinque opere secondo noi più importanti della grande produzione di René Magritte. C’è da dire, però, che cinque lavori non sono poi molti per un pittore così influente ed importante. E che lo spazio, a dire il vero, ci concede di presentarvi qualche altro suo quadro.

Ecco quindi altri dieci lavori che permettono di approfondire ancora meglio il suo stile e, in certi casi, ci lasciano ancora oggi a bocca aperta.

 

Il falso specchio

Il falso specchio (Le faux miroir il suo titolo originale in francese) è un quadro del 1928, di chiara influenza surrealista. Raffigura infatti un occhio umano, spesso oggetto dello studio di altri pittori e cineasti della corrente, in cui però al posto dell’iride c’è un cielo con delle nuvole.

Il falso specchio di René Magritte
Magritte dipinse la prima versione di questo quadro a Le Perreux-sur-Marne, in Francia. Dopo qualche anno venne acquistato dal fotografo Man Ray, che nel 1936 lo vendette al MoMA di New York, dove si trova ancora oggi. Ne esiste però anche una seconda versione, dipinta nel 1935 e oggi appartenente a un privato.

La condizione umana

La condizione umana, primo quadro di René Magritte con questo titoloAnche col nome de La condizione umana si trovano, nel catalogo delle opere di Magritte, due dipinti. Il primo, quello che inseriamo nella lista e visibile qui di fianco, risale al 1933 ed è oggi conservato a Washington, nella National Gallery. Il secondo è invece del 1935 e si trova a Ginevra, nella collezione di Simon Spierer.

In entrambi i casi i quadri giocano sul rapporto tra percezione e realtà. Qui infatti un quadro sul cavalletto finisce per confondersi col paesaggio che intendeva ritrarre. Commentando l’opera, Magritte disse: «È così che vediamo il mondo: lo vediamo come al di fuori di noi anche se è solo d’una rappresentazione mentale di esso che facciamo esperienza dentro di noi».

 

La riproduzione vietata

La riproduzione vietata di René MagritteLa riproduzione vietata (in francese, La reproduction interdite) è un ritratto che Magritte realizzò nel 1937, oggi conservato a Rotterdam, nel Museum Boijmans Van Beuningen. Il soggetto al centro dell’opera è Edward James, un poeta inglese che aveva più volte sostenuto il movimento surrealista europeo.

Il guaio è che di James, nel ritratto, si vede solo la nuca. E la si vede anzi due volte. Il personaggio è infatti ritratto di spalle mentre si trova davanti ad uno specchio. Ma, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, lo specchio non ne riflette il volto, ma la schiena che già vediamo. L’unica cosa riflessa è invece un libro, Le avventure di Gordon Pym di Poe2.

La camera d’ascolto

Un quadro a suo modo inquietante è anche La camera d’ascolto (La chambre d’écoute in originale), lavoro del 1958 oggi alla Kunsthaus di Zurigo. Al centro c’è infatti una mela verde, soggetto che abbiamo già incontrato nelle opere di Magritte. Una mela che però occupa una stanza praticamente nella sua interezza.

Camera d'ascolto di René Magritte
L’idea del pittore era probabilmente quella di rappresentare in un certo senso il propagarsi del suono, come ci lascia supporre il titolo scelto per l’opera. L’esito però è poco musicale, ma piuttosto claustrofobico. La mela ci si piazza davanti, immensa e un po’ inquietante, e lascia poco spazio a qualsiasi altro pensiero.

 

La voce dei venti

La voce dei venti di René MagritteLa voce dei venti, conservato alla collezione Peggy Guggenheim di Venezia e realizzato nel 1931, è uno dei quadri più enigmatici di Magritte. Come nel caso de La camera d’ascolto, anche qui il centro dell’opera è dominato da oggetti sferici di dimensioni esagerate, che tendono ad invadere lo spazio.

La differenza è che in questo caso le sfere non sono elementi naturali ma artificiali, probabilmente dei sonagli di dimensioni abnormi. Tutto questo è di difficile interpretazione, considerando anche che le tre palle sembrano fluttuare nell’aria, con, sullo sfondo, un paesaggio in cui si scorge anche il mare.

Il dominio di Arnheim

Abbiamo già menzionato, parlando de La riproduzione vietata, dell’amore di Magritte per le opere di Edgar Allan Poe. Quest’amore emerge anche da Il dominio di Arnheim, quadro – realizzato anch’esso in più versioni – che porta lo stesso titolo di un racconto dello scrittore americano.

Il dominio di Arnheim di René Magritte
L’opera ci mostra una montagna osservata dal davanzale di una finestra. Una montagna che però, a ben guardare, ha chiaramente la forma di un uccello, forse un rapace. D’altra parte, sul davanzale si scorgono due uova proprio d’uccello. Che ci sia dunque un legame?

 

L’uomo con la bombetta

L'uomo con la bombetta di René MagritteTorniamo a uomini vestiti in maniera banale e dall’identità indefinita con L’uomo con la bombetta, un quadro del 1964 che oggi si trova a New York, in una collezione privata. Di per sé, è l’ennesimo esempio di un tema ricorrente nell’opera di Magritte, anche se qui a coprire il volto è qualcosa di nuovo.

Non c’è infatti, davanti al viso dell’uomo, una mela o un lenzuolo, come altrove, quanto piuttosto una colomba. Proprio questa scelta rende forse l’opera un po’ meno inquietante di altre. La colomba è infatti, col suo candore, un simbolo di solito positivo, portatore di pace. Il significato del quadro, anche per questa scelta, rimane però di difficile comprensione.

Il tempo trafitto

Il tempo trafitto di René MagritteTra le opere più interessanti e curiose del pittore belga bisogna sicuramente annoverare anche Il tempo trafitto, che vedete qui di fianco. Realizzato nel 1938, ci mostra la locomotiva di un treno che fuoriesce, sospesa a mezz’aria, da un caminetto, al di sopra del quale è posato un orologio

Anche qui l’interpretazione è difficile, come in ogni quadro surrealista. Si può però scorgere l’eco delle riflessioni che la fisica nel Novecento aveva fatto proprio sul tempo. Il treno, d’altra parte, veniva usato spesso negli esperimenti mentali dei vari pensatori (Einstein incluso), interessati alla simultaneità, alla relatività e ai cambiamenti del tempo stesso.

 

Il castello dei Pirenei

Il castello dei Pirenei di René MagritteA vederlo oggi, Il castello dei Pirenei pare quasi un’opera di Hayao Miyazaki, il celebre regista giapponese autore de Il castello errante di Howl e di altre grandi storie. In effetti, il cineasta nipponico deve molto all’immaginario di Magritte, soprattutto nei suoi esiti più fantasiosi.

L’opera, dipinta nel 1959 e conservata a Gerusalemme, si ispirava, pare, all’isola volante di Laputa di cui si parlava ne I viaggi di Gulliver. Ad ogni modo, contrappone la durezza della roccia alla fluidità del mare, come ad indicare che nell’eterno scorrere della vita qualcosa (magari la memoria) permane immutabile.

Decalcomania

Decalcomania, il quadro che chiude il nostro elenco, è una delle ultime opere di Magritte, realizzata nel 1966. Un’opera che riprende temi già visti nella nostra trattazione, ma che li utilizza in una chiave nuova e in parte originale. Al centro c’è infatti un uomo anonimo e di spalle, che risulta però essere tratto, in un certo senso, da una tenda.

Decalcomania, uno degli ultimi lavori di René Magritte
La sagoma dell’uomo è infatti ben visibile in un ritaglio presente sul drappo rosso di fianco a lui. Una sagoma che permette di guardare oltre al “velo di Maya“, in un certo senso, e scorgere il cielo e il mare sullo sfondo, verso cui anche l’uomo reale sta guardando.

 

Note e approfondimenti

  • 1 Qui trovate le notizie riguardo all’asta.
  • 2 Si tratta, tra l’altro, di un romanzo e di un autore molto amati da Magritte. Un altro omaggio che il pittore belga dedicò allo scrittore americano si ritrova ad esempio ne Il dominio di Arnheim, di cui parliamo più avanti.

 

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