L’Urlo di Munch è indubbiamente uno dei quadri più celebri dell’età contemporanea. In esso, anzi, sembrano concentrarsi tutte le angosce, i dolori e le perplessità dell’uomo moderno. In quell’urlo straziante molti hanno visto rappresentata la loro stessa condizione o, addirittura, quella dell’intera società di oggi, impotente davanti alle assurdità della vita e dell’esistenza, contro le quali non si può far altro che urlare di disperazione.

L’opera di Edvard Munch è – assieme a quelle di van Gogh, di Dalí e di Magritte – forse quella che più di tutte è riuscita a cogliere l’angoscia e l’assurdità in cui siamo, volenti o nolenti, catapultati. Un quadro che racchiude in sé, in un certo senso, un’intera epoca; un po’ come il Viandante sul mare di nebbia di Friedrich, che divenne simbolo del romanticismo.

Fatto rientrare all’interno di un simbolismo che già si evolveva verso l’espressionismo, il quadro di Munch presenta però caratteristiche e storie che sono poco note al grande pubblico. Per questo abbiamo deciso di spiegarne la genesi, il significato e il peso tramite una raccolta di cinque cose che probabilmente non sapete. Andiamo ad illustrarle.

 

1. Il protagonista del quadro è lo stesso Munch

De L’urlo di Munch, come vedremo, esistono diverse versioni. Tutte però sono tra loro simili. In tutte c’è un uomo in primo piano che, deformato, urla, mentre sullo sfondo il cielo prende una colorazione molto strana. Nella piattaforma occupata dall’uomo ci sono, in lontananza, altre due figure, mentre nel paesaggio si scorge un fiordo.

In realtà, l’uomo che urla non è altri che lo stesso Edvard Munch. Ed è lo stesso pittore a dircelo. In una pagina del suo diario, scrisse:

Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo… Mi fermai e guardai al di là del fiordo, il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando. Questo è diventato L’urlo.

Sulla cornice

Anni dopo, in una diversa versione dello stesso quadro (quella del 1895), incise alcune parole, inserendole nella cornice del quadro:

Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… E sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.

Insomma, i due uomini che si vedono in lontananza nel quadro erano i due amici che avevano accompagnato Munch nella passeggiata. Il paesaggio era quello che lui stesso riteneva di aver visto quella sera. E l’uomo deformato dal proprio grido è proprio Munch che immagina di dar voce a quell’urlo della natura che gli sembrava di aver sentito.

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2. Esistono quattro diverse versioni dell’opera

1893 due volte, 1895, 1910

L’abbiamo accennato già qualche riga fa, e ora vale la pena di chiarire la questione: L’urlo di Munch non è un quadro unico. Ne esistono, infatti, quattro versioni, realizzate in anni diversi e contraddistinte da alcune variazioni sullo stesso tema. Qui sotto le trovate, una di fianco all’altra.

Le prime due versioni furono realizzate entrambe nel 1893; la terza è datata 1895 mentre l’ultima fu completata nel 1910, a vari anni di distanza dalle precedenti. Diverse furono anche le tecniche di realizzazione. Tra quelle del 1893, una fu realizzata con pastelli su cartone; l’altra con un misto di colori ad olio, a tempera e pastelli.

Per la terza, quella del 1895, Munch tornò ad utilizzare i soli pastelli, mentre nell’ultima, quella del 1910, usò colori a tempera. La versione più celebre e riprodotta è la seconda, ma quella del 1895, di proprietà di collezionisti privati, è stata venduta nel 2012 per la cifra record di 120 milioni di dollari.

Del valore di questi quadri, e dei furti che sono stati tentati ai danni dei musei che li ospitano, avremo comunque modo di parlare a breve. C’è da dire, prima di chiudere, che nel 1895 furono inoltre realizzate delle litografie che riproducevano la versione più famosa del 1893. Alcune di esse furono anche colorate a mano dallo stesso Munch.

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3. Il sentimento fin de siècle

Ma per quale motivo L’urlo di Munch è diventato così famoso e, come vedremo, così prezioso? Il motivo non è da ricercare, tanto, nella qualità tecnica dell’opera: Munch è stato un buon pittore, ma di fatto quali altre sue opere conoscete? La sua fama è legata esclusivamente a questo dipinto, segno che le sue capacità non erano immense.

Immensa fu invece la resa di questo soggetto. Munch riuscì infatti a sintetizzare in un quadro un sentimento che era ben difficile da esprimere a parole, e questo ne ha fatto la grandezza. Un sentimento che di solito viene indicato con un’espressione francese: fin de siècle.

Con quest’etichetta si identifica, infatti, un movimento culturale che aveva avuto i suoi anticipatori in Francia, ma che si diffuse nell’Europa centrale indicativamente tra il 1890 e la Prima guerra mondiale. In pratica, contraddistingueva pensatori e artisti che sembrarono scorgere che qualcosa, nell’idea ottocentesca di progresso, si stava rompendo.

Dal positivismo alla crisi dei valori

Disperazione, altro quadro di Munch (datato 1894) che ritraeva la stessa scena de L'Urlo
Disperazione, altro quadro di Munch (datato 1894) che ritraeva la stessa scena de L’Urlo

Dopo il romanticismo di inizio Ottocento, quel secolo fu infatti dominato dall’idea positivista di un progresso illimitato. Tutto sembrava andare per il meglio: i diritti politici aumentavano, il benessere cresceva, in buona misura – almeno in Europa – regnava la pace.

Sottotraccia, però, cominciavano a emergere i segni di tensioni, di problemi che la cultura ufficiale non voleva riconoscere. L’imperialismo, la crisi dei valori, il peso spropositato della scienza e della tecnologia minacciavano la società, senza che la stessa società se ne rendesse conto.

L’urlo di Munch è l’emblema di quella preoccupazione. Una preoccupazione irrazionale, inspiegabile; un senso di malessere più esistenziale che razionale, che però quel quadro riusciva ad esprimere in maniera indimenticabile.

Nell’arte pop

E non è un caso che quel quadro sia diventato uno dei simboli del Novecento e oltre. Non per nulla, il giornalista e studioso Arthur Lubow l’ha definito «un’icona dell’arte moderna, la Gioconda del nostro tempo».

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Per tutti questi motivi, quell’urlo è diventato un’icona pop. Ormai lo si trova riprodotto ovunque, citato da Andy Warhol e da I Simpson, usato a modello nella serie cinematografica Scream e perfino nella posa di Macaulay Culkin nel poster di Mamma, ho perso l’aereo. Senza contare l’emoji dello spavento (😱), evidente omaggio a Munch.

 

4. Cosa c’entra l’eruzione del Krakatoa

Tramonti spettacolari

Una delle cose che più colpiscono quando si guarda il capolavoro di Munch, indipendentemente dalla versione esaminata, è però il cielo. L’artista norvegese vi utilizzò infatti tinte inusuali, che variavano dal rosso all’arancio al giallo, con anche qualche punta d’azzurro qua e là.

Come abbiamo letto quando abbiamo riportato i brani del diario, la scena rappresentata era quella di un tramonto, e lo stesso Munch rimase colpito da come il cielo davanti ai suoi occhi fosse diventato “di fuoco”. In più il pittore diede a quelle linee rossastre un andamento sinuoso, quasi che il cielo fosse un mare di sangue, angosciato ed angosciante.

Alcuni studiosi, però, hanno ipotizzato che alla base di quella particolare scelta non ci fosse solo lo strano effetto di un normale tramonto sull’animo di Munch. Il fisico Donald W. Olson, assieme ad altri ricercatori della Texas State University, ha infatti ipotizzato che quel cielo fosse dovuto all’eruzione del vulcano Krakatoa [1].

Uno dei disegni a pastello con cui William Ashcroft ritrasse il cielo inglese dopo l'eruzione del Krakatoa
Uno dei disegni a pastello con cui William Ashcroft ritrasse il cielo inglese dopo l’eruzione del Krakatoa

Il celebre vulcano indonesiano eruttò infatti nel 1883, espellendo 21 chilometri cubi di roccia e polveri. Quelle polveri si sparsero nell’atmosfera e generarono per qualche mese tramonti particolari in tutto il mondo. L’artista inglese William Ashcroft costruì la propria carriera proprio ritraendo quei tramonti.

Forse, secondo i ricercatori, anche Munch fu influenzato da quei tramonti, e proprio al Krakatoa si dovrebbe quel cielo rosso sangue. Un’ipotesi affascinante, ma difficile da dimostrare; anche perché la passeggiata di Munch avvenne in realtà qualche anno dopo il 1883.

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5. Un quadro di enorme valore

Abbiamo accennato, qualche paragrafo fa, al grande valore economico de L’urlo di Munch, nelle sue diverse “edizioni”. Nel maggio 2012 la versione a pastello del 1895, fino ad allora di proprietà dell’uomo d’affari norvegese Petter Olsen, è stata infatti messa all’asta a Londra da Sotheby’s.

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Il prezzo di partenza era fissato attorno ai 40 milioni di dollari, ma il collezionista americano Leon Black se l’è aggiudicata per 120. Anzi, per la precisione 119.922.500 dollari. Si tratta del record mondiale per un’opera d’arte, anche se si vocifera che per alcune vendite private questa cifra sia stata superata da altri quadri.

I furti

Inoltre, queste opere hanno subito diversi tentativi di furto nel corso degli anni. Il quadro del 1910, conservato al Museo Munch di Oslo, fu rubato addirittura due volte. La prima volta, nel 1994, nel giorno stesso dell’inaugurazione dei Giochi Olimpici Invernali di Lillehammer, sempre in Norvegia.

La teca che conserva oggi L'urlo al Museo Munch (foto di Tu via Flickr)
La teca che conserva oggi L’urlo al Museo Munch (foto di Tu via Flickr)

I due ladri, ripresi anche dalle telecamere a circuito chiuso, non ebbero grossi problemi a compiere il furto e lasciarono, al posto dell’opera, un ironico biglietto, con scritto: «Grazie per le misure di sicurezza così scarse». Il quadro fu per fortuna ritrovato tre mesi più tardi in un albergo.

La stessa opera fu rubata nuovamente dieci anni più tardi, nel 2004, assieme ad un’altra tela dello stesso Munch, La madonna. Le due opere furono anche in questo caso ritrovate, ma solo due anni dopo, nell’agosto 2006. Sono poi ritornate al museo, che ora le ospita con maggior dispiego di mezzi di sicurezza.

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Note e approfondimenti

[1] Qui trovate l’articolo de Le scienze che riporta la notizia dello studio americano.

 

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