Siamo abituati a pensare che la grande arte sia di casa solo in Europa. Per un certo periodo storico è anche stato vero, ma oggi non lo è più, e da tempo. Con lo spostamento del baricentro economico verso gli Stati Uniti, là si sono dirette anche le nuove avanguardie dell’arte. E con l’emergere sempre più preponderante di altre economie, non è strano pensare che presto avremo anche grandissimi artisti cinesi, brasiliani, russi. O che, in futuro, sui libri di storia dell’arte finiranno anche scultori e pittori africani.

Artisti giovani

Proprio l’Africa è anzi, forse, il continente a cui guardare con maggiore interesse. Gli artisti che provengono da lì non sono certo famosi, anche perché sono praticamente tutti nati nella seconda metà del ‘900 e da poco hanno cominciato a ottenere spazi. Ma gli artisti e i pittori africani contemporanei sono destinati a portare energia nuova in un mondo che a volte pare sempre più asfittico.

I nomi da tenere d’occhio non sono pochi. E, cosa ancora più importante, provengono da zone diverse e distanti del continente. Perché l’arte si sta lì sviluppando parallelamente a diverse latitudini, e per strade che si incrociano ma anche, sovente, si separano. Tra questi nomi ne abbiamo selezionati cinque che ci sembrano più importanti degli altri. Cinque scultori, artisti e pittori africani che già espongono da tempo in Europa e in America e rappresentano secondo noi la miglior avanguardia di quanto sta accadendo in quel continente a noi così vicino. Scopriamoli assieme.

 

El Anatsui

Installazioni, bottiglie, tessuti dal Ghana e dalla Nigeria

La stoffa dell'uomo, opera di El Anatsui al British Museum di Londra (foto di hahnchen via Wikimedia Commons)
La stoffa dell’uomo, opera di El Anatsui al British Museum di Londra (foto di hahnchen via Wikimedia Commons)

Il più vecchio artista del nostro elenco è il ghanese El Anatsui. Nato nel 1944 a Anyako, ha studiato a Kumasi. Già attorno ai trent’anni, però, era in Nigeria, insegnante della University of Nigeria, Nsukka. Qui entrò a far parte di un collettivo – il Nsukka Group – che voleva fondere i disegni tipici della cultura locale con tecniche però occidentali e all’avanguardia. Questa particolare forma di fusione permise al gruppo di farsi conoscere rapidamente in Occidente. E a El Anatsui di espandere i propri orizzonti creativi.

Iniziò in questi anni a dedicarsi infatti alla scultura e alle installazioni. In breve, riuscì a farsi un nome grazie a giganteschi assemblaggi di migliaia di bottiglie e lattine di alluminio, cucite tra loro insieme con del filo di rame. Queste bottiglie si trasformavano così in vere e proprie sculture metalliche. Sculture che diventavano un monito, nell’età dei consumi, delle conseguenze ambientali dei nostri gesti.

I materiali usati

El Anatsui non ha però lavorato solo con l’alluminio. Nelle sue opere utilizza anche legno, argilla e vari metalli. Anche i materiali di riciclo vengono scelti con grande cura e attenzione, sia per gli accostamenti cromatici che per le marche rappresentate. Ultimamente, inoltre, ha iniziato a lavorare anche coi tessuti, usati però sempre come se fossero delle sculture. Anche qui di fianco c’è un esempio di questo tipo.

Soprattutto a partire dagli anni Duemila gli sono state dedicate mostre in tutto il mondo. In particolare molto ricettivi si sono dimostrati gli Stati Uniti (e New York prima di tutto) e la città di Venezia. Qui le sue opere sono state più volte esposte durante la Biennale. L’artista ghanese ha inoltre anche ricevuto, nel 2015, il Leone d’oro alla carriera.

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Abdoulaye Konaté

Pittura e denuncia dal Mali

Il murale Febbraio 1998 di Abdoulaye Konaté alla stazione della metro Oriente di Lisbona (foto di Mika Stetsovski via Flickr)
Il murale Febbraio 1998 di Abdoulaye Konaté alla stazione della metro Oriente di Lisbona (foto di Mika Stetsovski via Flickr)

Proviene invece dal Mali il secondo artista dell’elenco, Abdoulaye Konaté, uno scultore che però non disdegna anche le incursioni nel campo della pittura e della grafica. Nato a Diré nel 1953, vive e opera ormai da molti anni a Bamako, la capitale del paese. Proprio lì ha compiuto i suoi studi, presso l’Istituto Nazionale delle Arti, specializzandosi poi a Cuba.

Anche nel suo caso il tema principale delle opere è il rapporto tra ambiente e società. Combinando le tecniche della pittura e dell’installazione ha infatti dato vita a lavori di denuncia. In cui i temi politici e quelli sociali ed ambientali procedono di pari passo, affrontando ad esempio il difficile tema dell’AIDS, che per lo sviluppo dell’Africa ha un peso fondamentale.

I tessuti

Come nel caso di El Anatsui, infine, Konaté ha preferito dare vita ad opere maestose, dal grande impatto visivo. Per parlare di diritti umani e globalizzazione ha inoltre spesso alternato pittura e materiali tessili, con una certa attenzione anche al linguaggio formale. Cucendo insieme i tessuti del Mali, Konaté tenta continuamente di – secondo le parole di alcuni critici – «commemorare e comunicare» allo stesso tempo. Unendo la tradizione ad uno sguardo proiettato verso il futuro.

Molto apprezzato in Europa, ha esposto spesso in Germania e in Francia. In quest’ultimo paese, qualche anno fa, ha conseguito anche il prestigioso Ordine delle Arti e delle Lettere. In Italia ha invece cominciato a farsi conoscere in tempi più recenti, grazie soprattutto ad alcune mostre personali. Da questo punto di vista, un buon merito va ascritto alla Galleria Primo Marella, che ha dedicato vari approfondimenti all’arte africana.

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Chéri Samba

Il più famoso tra i pittori africani, dalla Repubblica Democratica del Congo

Il dipinto di Chéri Samba, uno dei maggiori pittori africani, dal titolo "Porte de Namur, porte de l'amour?" (foto di Finne Boonen via Wikimedia Commons)
Il dipinto di Chéri Samba, uno dei maggiori pittori africani, dal titolo “Porte de Namur, porte de l’amour?” (foto di Finne Boonen via Wikimedia Commons)

Forse il più famoso tra i pittori africani della nostra lista è però Chéri Samba, nato nel 1956 nella Repubblica Democratica del Congo. I suoi lavori, infatti, sono oggi esposti in una miriade di importanti musei. Li si può ammirare al Centro Georges Pompidou di Parigi, al MoMA di New York e all’interno della Collezione Pigozzi. Quest’ultima – nota anche come CAAC – è una importante collezione privata ginevrina fondata da Jean Pigozzi e dedicata appunto all’arte africana.

Samba è nato a Kinto M’Vuila, primo figlio di una famiglia numerosa. A 16 anni si è trasferita a Kinshasa, dove ha avuto modo di incontrare e conoscere i più importanti pittori congolesi. Qui ha iniziato ad affinare la propria arte, guadagnandosi però contemporaneamente da vivere coi fumetti. Le esperienze in entrambi i settori gli hanno permesso così di creare un tratto distintivo, molto pop. E ad esempio di inserire nei suoi lavori artistici anche dei balloons, a mo’ di commento delle varie opere.


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I primi riconoscimenti sono arrivati negli anni ’80, in seguito a una seminale mostra di arte africana tenuta a Berlino Ovest. Il punto d’arrivo di questa ascesa è stata la mostra Les Magiciens de la Terre, tenuta a Parigi nel 1989. Nel 2007 ha poi avuto modo di partecipare alla Biennale di Venezia, confermando una fama ormai internazionale.

I suoi lavori in un primo tempo erano dedicati ai grandi problemi dell’Africa, presentati attraverso scene quotidiane. Raggiunto il successo, però, ha cominciato a rappresentare sempre più spesso se stesso all’interno delle opere. Lo scopo, per sua stessa ammissione, non è però narcisistico, ma serve quasi ad introdurre le opere, come un giornalista introduce, in un articolo, le notizie.

 

Sokari Douglas Camp

Dalla Nigeria a Londra

La scultura "Primo uomo" di Sokari Douglas Camp a Londra (foto di Loz Pycock via Flickr)
La scultura “Primo uomo” di Sokari Douglas Camp a Londra (foto di Loz Pycock via Flickr)

In Africa, come d’altronde ormai in tutto il mondo, non sono però solo gli uomini a fare arte. Negli ultimi anni sono emerse anche varie artiste, dotate di grande talento e uno sguardo innovativo. Concludiamo infatti con due esponenti di quello che un tempo veniva chiamato il sesso debole, Sokari Douglas Camp e Tracey Rose.

La prima è nata in Nigeria nel 1958, anche se dall’inizio degli anni ’80 vive stabilmente a Londra. Nata a Buguma, sul delta del Niger, apparteneva a una famiglia di buone possibilità economiche. Suo cognato è infatti l’inglese Robin Horton, importante antropologo, le cui conoscenze e la cui cultura hanno permesso all’artista di formarsi a ottimi livelli. Già alla fine degli anni ’70 Sokari Douglas Camp era in California per studiare. Pochi anni dopo passò poi in Gran Bretagna.

Sculture d’acciaio

Al Royal College of Art si è specializzata in scultura, trovando una propria via espressiva. Prendendo ispirazione dalla cultura africana e dalla tradizione Kalabari, ha infatti iniziato a creare delle opere di acciaio molto particolari, che hanno attirato l’attenzione degli esperti. Acquistati da collezionisti privati ed inseriti nel catalogo di alcuni importanti musei, i lavori della Camp hanno cominciato ad acquisire sempre maggiore fama.

Oggi le sue opere sono ospitate allo Smithsonian di Washington e al British Museum di Londra. Ha inoltre realizzato statue e memoriali pubblici, anche in Africa. Ha infine ricevuto anche varie onorificenze, tra cui quella di Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico (CBE).

 

Tracey Rose

Performance e video art dal Sudafrica

Lucie’s Fur Version 1-1-1 – I’ Annunciazione (After Fra Angelico), opera di Tracey Rose
Lucie’s Fur Version 1-1-1 – I’ Annunciazione (After Fra Angelico), opera di Tracey Rose

Chiudiamo, come detto, con un’altra donna. E anzi con la più giovane tra gli artisti e i pittori africani di questa lista. Tracey Rose è infatti nata a Durban, in Sudafrica, appena nel 1974. Già da giovanissima, però, è riuscita a farsi un nome a livello internazionale. La svolta per la sua carriera artistica è arrivata infatti nel 2001, quando ha partecipato alla Biennale di Venezia curata da Harald Szeemann.

Dopo gli studi a Durban si è specializzata alla University of the Witwatersrand di Johannesburg. Qui ha frequentato infatti la Facoltà di Belle Arti e sempre qui, nella più popolosa città del paese, si è definitivamente stabilita. Realizza da allora installazioni e performance, anche se non disdegna qualche capatina nel campo della video art. È inoltre un’interessante fotografa.


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Ispirata dall’arte degli anni ’60 e ’70 e dal suo intento di rottura, la Rose si è più volte misurata con i vari dogmi del nostro tempo. Ovvero, quei valori o comunque quegli assunti che irreggimentano e irrigidiscono la vita degli individui. Così si è confrontata sovente con le politiche identitarie, fossero esse legate all’appartenenza etnica, sessuale o di genere. D’altronde, essere una donna di colore nel Sudafrica per forza porta a fare i conti con la diversità e l’integrazione.

Nelle sue opere ha pertanto usato spesso anche il proprio corpo, come simbolo del rapporto tra il singolo e lo Stato. Una delle performance più significative fu ad esempio quella di Ongetiteld, in cui tramite telecamere di sorveglianza si riprendeva nell’atto di depilare tutti i peli del proprio corpo. Una performance da lei stessa descritta come un atto di de-mascolinizzazione e de-femminizzazione. Ma i progetti del genere sono molti, con mostre – anche fotografiche – ospitate ormai in ogni parte del mondo.

 

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