Sembra passata una vita dagli anni ’80 e dai primi anni ’90, dall’epoca cioè in cui il fumetto, in Italia, sembrava poter coniugare in certi casi qualità e quantità. In quel periodo, per una strana congiuntura del mercato, proliferarono infatti riviste e storie che permettevano l’incontro delle due tendenze classiche del fumetto contemporaneo: quella autoriale e quella seriale. Così non era raro trovare prodotti di grande qualità pubblicati a ritmo mensile e fumetti “ingabbiati” in schemi prefissati che però riuscivano a spezzare quella gabbia e avvicinarsi all’arte.

Gli esempi sono innumerevoli. In America, a metà anni ’80, autori come Alan Moore, Frank Miller, David Mazzucchelli, in parte anche Chris Claremont e John Byrne, riuscirono a rivoluzionare il più commerciale dei generi, quello supereroistico, ri-plasmandolo a propria immagine e somiglianza. Sui giornali, una striscia come Calvin & Hobbes dimostrava che l’arte poteva star compressa nello spazio di poche vignette. Dal Giappone cominciavano ad arrivare Akira e i lavori di Osamu Tezuka.

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E in Italia? In Italia c’erano Andrea Pazienza e il gruppo di Frigidaire, che su riviste d’autore proponevano storie che erano uno strano ibrido tra fumetto popolare e di qualità. E poi c’era la Sergio Bonelli Editore, all’epoca ancora chiamata Editoriale Cepim, che pubblicava sì personaggi di massa come Tex, Zagor e Mister No, ma che cominciava ad affacciarsi verso settori nuovi. Arrivarono così Martin Mystère, un avventuriero fin troppo intellettuale per gli standard della casa editrice, e soprattutto Dylan Dog, che fece il botto. Ma prima di loro, il filone era stato aperto da Ken Parker nel 1977.

Proprio Ken Parker rappresenta, forse, il punto più alto di quella fusione tra serialità e autorialità. Realizzato inizialmente da Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, a cui poi si aggiunsero altri autori, uscì per 59 numeri (e 7 anni) nel classico formato bonelliano, per poi passare su rivista. Nel 1992 esordì il Ken Parker Magazine, pubblicato dai due autori, che sopravvisse per 36 numeri, venendo nel frattempo rilevato sempre dalla Bonelli. Infine arrivarono gli speciali, in un momento – i tardi anni ’90 – in cui però il successo di questa formula si avviava al tramonto.


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L’anno scorso la Mondadori ha pubblicato l’ultima avventura del personaggio, Fin dove arriva il mattino, a distanza di più di 17 anni dalla precedente (se si eccettua il Canto di Natale). È quindi giunto forse il momento di tirare le somme su una saga quasi quarantennale, che di sicuro ha segnato il fumetto italiano. E lo facciamo cercando di individuare le cinque storie più belle e importanti mai vissute dal trapper di Berardi e Milazzo.

 

Diritto e rovescio

Ken Parker n.36 (gennaio 1981)

La copertina di "Diritto e rovescio"Una delle cose più belle della serie di Ken Parker è che, nel corso della sua storia, non è mai rimasta uguale a se stessa. Anzi, sia le avventure che il protagonista sono cresciuti col passare del tempo, si sono modificati, hanno ampliato i loro orizzonti. E allo stesso modo anche Berardi e Milazzo, i due creatori della serie, sono maturati. Nel 1977, quando il mensile cominciò ad uscire in edicola, avevano rispettivamente 27 e 30 anni. Erano, cioè, due giovani promettenti, che dovevano però ancora affinare il loro stile.

Così, il periodico edito dalla Cepim ci mise un po’ ad ingranare. Non molto, per la verità. Già i numeri 4 e 5, Omicidio a Washington e Chemako, mostrarono che si era di fronte a qualcosa di completamente nuovo. Qualcosa che stava portando il fumetto western verso una direzione inedita. Fu però solo col procedere dei mesi che le trame e i disegni decollarono. Diritto e rovescio uscì nel gennaio 1981 e segnò una delle tante svolte del personaggio.

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Innanzitutto, è facile credere che una storia che comincia con la parola “fine” e si conclude con il titolo sia solo il gioco di uno sceneggiatore annoiato, che ha pensato di provare a costruire una storia a ritroso. Ma Diritto e rovescio è molto di più, come si vede fin dalla copertina. La verità, direbbe Platone, non è quella che appare all’occhio, né quella che viene riflessa nell’acqua. La verità è spesso il rovescio di quello che l’apparenza ci vorrebbe far credere. Sia che si tratti di un caso di omicidio – questo il fatto in cui viene implicato il solito Ken Parker –, sia che si parli di omofobia nel far west.

Una storia che, da questo punto di vista, è ancora tremendamente attuale, nonostante sia stata realizzata 35 anni fa. Di fianco al protagonista, infatti, scopriamo una scalcagnata compagnia di attori tra i quali emerge Junius Foy, ragazzo effemminato che si guadagna da vivere travestito da ballerina di can-can. E l’amicizia tra Ken e Junius diventa uno dei tanti temi sociali “caldi” che Berardi e Milazzo si sono messi ad affrontare molto in anticipo sui tempi. Soprattutto all’interno di un genere, il western, che all’epoca era strutturalmente ben poco aperto alla diversità.

 

Adah

Ken Parker n.46 (febbraio 1982)

"Adah", forse in assoluto la più bella storia di Ken ParkerAd inizio anni ’80, il fumetto popolare aveva poche regole, ma imprescindibili. Una di queste era che l’eroe, il titolare della testata, doveva affrontare una minaccia, rischiare di venirne sopraffatto e alla fine invece trionfare, riportando l’ordine nelle vite dei protagonisti. Ken Parker fu il primo eroe bonelliano non solo ad uscire spesso sconfitto dalle sue avventure, ma anche a non esserne sempre il protagonista.

In Adah, storia comparsa nel febbraio 1982 e realizzata ancora una volta da Berardi e Milazzo, il buon trapper è decisamente un comprimario. Spesso, in scena, non lo si vede proprio. Al suo posto, l’attenzione del lettore è catalizzata da Adah, una donna afroamericana. Tramite le pagine del suo diario, ripercorriamo la sua vita, tra lo schiavismo, la Guerra di secessione, la durissima liberazione, gli uomini che l’hanno aiutata e quelli che l’hanno tradita, le violenze e la fuga.

In tutto questo, Ken, che compare solo nell’ultima parte della storia, è un puro testimone. Come avviene anche in altre storie, lui funge in un certo senso da alter ego del lettore: è lì per farsi raccontare una storia e per ascoltarla con l’umanità di un complice. Da un certo punto in poi, d’altra parte, Berardi si era reso conto di avere troppe cose da raccontare per farle vivere direttamente a un solo personaggio. Ecco quindi l’idea, usata poi anche altre volte, di una narrazione che scorre di fianco a Ken, e che si fa storia non più di un solo protagonista, ma di un intero mondo.

 

Sciopero

Ken Parker n.58 (aprile 1984)

La copertina di "Sciopero" che richiama "Il quarto stato" di Pellizza da VolpedoCome si è capito, Berardi e Milazzo non si tiravano certo indietro quando si trattava di affrontare dei temi politici e d’attualità. La stessa scelta della fisionomia del loro personaggio, d’altronde, non lasciava spazio a dubbi. L’immagine di Ken era ricalcata su quella del Robert Redford di Corvo rosso non avrai il mio scalpo, western “dalla parte degli indiani” come andava di moda nella Hollywood degli anni ’70.

Nessuna storia, però, entra maggiormente a contatto con la politica di quanto non faccia Sciopero, uscita nel 1984, quando la serie bonelliana era ormai a un passo della chiusura per l’incapacità degli autori di rispettare le incombenti scadenze di un mensile. A quel punto della sua saga, Ken aveva cominciato a lavorare a Boston come detective. E proprio questo l’aveva portato ad infiltrarsi in una fabbrica, col compito di tenere sott’occhio le attività sindacali.

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L’incontro con la classe operaia – quella di fine Ottocento, ispirata ad un marxismo puro – provoca però in Ken una delle sue molte crisi di coscienza. Angosciato dalle condizioni dei lavoratori, prova perfino a leggere Il capitale di Marx, in una scena che mai si era vista, e mai si sarebbe rivista, in un albo della Bonelli. Alla fine, si schierava apertamente con gli scioperanti, e questa sua decisione gli finiva per costare, alla lunga, la libertà.

La storia, alla sua uscita, destò un certo scandalo. Ancora molti anni dopo, alcuni lettori rimproveravano, infatti, a Berardi e Milazzo di aver fatto propaganda politica attraverso il loro fumetto. Ma la verità è un’altra: Ken è un personaggio calato nella storia reale degli Stati Uniti di fine Ottocento. Non vive in un mondo da film, in cui i conflitti sono spesso edulcorati. Vive nel mondo reale, più di tante persone in carne ed ossa. E col mondo reale, prima o poi, doveva fare i conti.

 

Il respiro e il sogno

Orient Express n.20, Comic Art nn.10, 15 e 32 (aprile 1984/aprile 1987)

Le storie de "Il respiro e il sogno" raccolte in volumeCome detto, la serie bonelliana chiuse i battenti nel 1984 col numero 59 (I ragazzi di Donovan). Già prima di quella data, però, Berardi e Milazzo avevano iniziato a preparare storie per delle riviste. In quella feconda stagione editoriale, infatti, arrivavano in edicola vari magazine che pubblicavano, di solito a puntate, il meglio del fumetto d’autore mondiale. Così, nell’aprile 1984 era comparsa su Orient Express (edita sempre da Sergio Bonelli) una storia breve intitolata Cuccioli.

Poco dopo arrivarono Un principe per Norma e Dove muoiono i titani, mentre Cuccioli finì per essere accompagnata da altre tre storie brevi, Soleado, La luna delle magnolie in fiore e Pallide ombre. Questo quartetto fu poi raccolto in volume col titolo Il respiro e il sogno, ed è oggi una delle storie più belle e poetiche della saga di Ken Parker.

Il tratto caratteristico della quadrilogia è che le storie sono dedicate ognuna ad una diversa stagione dell’anno, e sono tutte mute. Questo fa sì che si tratti non di vere avventure, ma di impressioni sulla natura, rese magnificamente dagli acquerelli di Milazzo. Finora, infatti, ci siamo dilungati ampiamente sulle sceneggiature di Berardi, sulla sua capacità di cogliere e raccontare la realtà. Ma senza i magnifici disegni di Milazzo, senza il suo stile sintetico ed evocativo, la serie non avrebbe mai avuto il successo che ha avuto.

 

La terra degli eroi

Ken Parker Magazine nn.24-25 (gennaio-febbraio 1995)

"La terra degli eroi", una delle ultime avventure di Ken ParkerVarie sono le belle storie di Ken Parker che sono state pubblicate negli anni ’90. I condannati, comparsa sul primo Ken Parker Speciale, avrebbe ampiamente meritato di finire in questa cinquina, solo per fare un esempio. Alla fine abbiamo però scelto di lasciar spazio a La terra degli eroi, stampata all’inizio del 1995, poco dopo che il Ken Parker Magazine era stato rilevato ancora una volta da Sergio Bonelli, disposto a salvare i conti in rosso dell’editore creato da Berardi e Milazzo.

La storia è un’avventura in un certo senso fuori continuity. Mentre la parabola umana di Ken Parker si avviava verso la conclusione, i due fumettisti liguri decisero di fare in modo che Ken esplorasse il limbo dei protagonisti, una sorta di terra immaginaria in cui venivano tenuti rinchiusi tutti gli eroi (del cinema, dei libri, dei fumetti) che erano stati dimenticati dai loro autori.


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Questa esplorazione permette a Berardi e Milazzo di giocare come mai avevano fatto prima col medium fumetto. Ken esce dalla vignetta, la trancia; gli stessi autori diventano personaggi, interloquendo con la loro creatura; e, nella terra degli eroi, trovano spazio tutti i miti di Berardi e Milazzo, riportati a nuova vita. Una storia che è un omaggio al potere della fantasia, di cui Ken Parker è stato uno dei più grandi interpreti.

 

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