Tra poco meno di un paio di settimane gli italiani saranno chiamati alle urne, stavolta per rinnovare una serie di amministrazioni locali e in particolare i vertici di 7 regioni e 16 capoluoghi di provincia; si tratterà di un primo esame per il governo di Matteo Renzi dopo il successo delle Europee di un anno fa, un esame significativo, tra le altre cose, anche perché presenta un centrodestra in via di riorganizzazione, almeno stando a sentire quanto dichiarato dallo stesso Silvio Berlusconi e per il peso sempre maggiore della Lega di Matteo Salvini.

Certo è che in questi due ultimi due anni il quadro politico italiano è stato letteralmente sconvolto, e ancora non ha trovato un proprio equilibrio: Beppe Grillo e il suo Movimento 5 Stelle hanno di fatto formato un terzo polo, Matteo Renzi ha trasformato il PD in maniera molto accelerata, nel centrodestra partiti sono crollati e risorti.

Insomma, tra il 2013 e oggi si è completamente ridefinito uno scenario che era piuttosto stabile da un ventennio, cioè da quando, nel 1994, si tennero le elezioni politiche che diedero origine a quella che allora veniva chiamata Seconda Repubblica.

Oggi siamo nella Terza? Nessuno può dirlo. Però è indubbio che una fase sembra arrivata alla sua fine e ogni tornata elettorale ce lo ribadisce con maggior forza. In attesa dei risultati di queste amministrative, allora, ripercorriamo gli eventi del 1994, cercando di farvi ricordare le cose che avete rimosso (e che forse non vorreste più ricordare).

 

1. La prima campagna elettorale mediatica

Le elezioni del 1994 sono state quelle della discesa in campo di Silvio Berlusconi, del video con l’effetto flou, dei due (o tre) candidati premier che per la prima volta erano sostanzialmente designati prima delle votazioni e di tutta una serie di altre novità che sicuramente ricorderete ampiamente, perché vengono spesso richiamate.

Quello che a volte non si ricorda è il ruolo che assunsero i media in quella campagna elettorale: le città erano tappezzate di manifesti dall’impronta fortemente personale («Meno tasse per tutti» fu lo slogan berlusconiano più celebre e più parodiato), ma anche in TV si assistette a un vero e proprio martellamento.

A farla da padrone, ovviamente, furono le televisioni del Cavaliere, che scesero in campo anch’esse, schierandosi in prima linea a favore del leader di Forza Italia.

Mike Bongiorno, Raimondo Vianello, Ambra Angiolini ed altri volti noti spiegarono durante le loro trasmissioni perché avrebbero votato Silvio Berlusconi, ma anche alcuni conduttori di telegiornali, come ad esempio l’immarcescibile Emilio Fede, si esposero pubblicamente dichiarando le loro intenzioni.

Certo, Berlusconi non obbligò nessuno ad aderire al suo progetto, come dimostrarono l’indipendenza del TG5 di Enrico Mentana e di Striscia la Notizia, programmi tra l’altro seguitissimi. Ma questo, ovviamente, non fece che rinfocolare il dibattito sul cosiddetto conflitto di interessi, un tema che neppure oggi, ventun anni dopo, è stato ancora risolto.

 

2. La legge Mattarella e le sue contraddizioni

Oggi Sergio Mattarella è un Presidente della Repubblica che l’Italia sta imparando a conoscere, dopo averne ignorato l’esistenza per pressoché vent’anni. Nel 1994 era però sulla breccia, non tanto personalmente quanto per la legge che portava il suo nome.

Il 18 aprile 1993, infatti, si era svolto un referendum promosso dal Partito Radicale di Marco Pannella che chiedeva agli italiani se volevano abrogare le pene per chi deteneva sostanze stupefacenti ad uso personale, abrogare il finanziamento pubblico dei partiti, abrogare il Ministero delle Partecipazioni Statali, abrogare il Ministero dell’Agricoltura, abrogare il Ministero del Turismo e soprattutto abrogare la legge elettorale del Senato.

Il titolo de La Stampa con la ripartizione del Parlamento

Il successo di quel referendum costrinse la politica a creare, quindi, una nuova legge elettorale che portò la firma, in primis, proprio di Mattarella. Una legge complicatissima, perché cercava di recepire la volontà popolare – che propendeva spiccatamente per il maggioritario – ma anche di garantire una certa rappresentatività ai partiti minori.

Il sistema che ne uscì era misto: il 75% dei seggi veniva infatti assegnato tramite un sistema maggioritario a turno unico (in ogni collegio veniva eletto il candidato che otteneva la maggioranza relativa), mentre il restante 25% veniva assegnato tramite il sistema proporzionale, per la Camera in base a liste bloccate e per il Senato in base al cosiddetto “scorporo”, cioè a una sorta di ripescaggio dei più votati tra i non eletti.

Proprio questo scorporo al Senato rappresentava una sorta di contraddizione in termini, in quanto finiva in certi casi per premiare chi era uscito sconfitto e quindi dava una maggioranza molto più fragile in questo ramo del Parlamento a chi vinceva le elezioni (il Polo infatti ottenne in questo caso 155 seggi, quando la maggioranza assoluta era di 158).

 

3. La gioiosa (ma spuntata) macchina da guerra

Alla vigilia dell’appuntamento elettorale, la sinistra era data per strafavorita. Il ciclone sollevato da Tangentopoli aveva letteralmente spazzato via i due partiti che avevano guidato i governi della Prima Repubblica, cioè la DC e il PSI, e nello spazio che era stato a lungo occupato da questi due colossi si era insinuata l’Alleanza dei Progressisti.

Questa formazione raggruppava il PDS (fondato dalle ceneri del PCI), Rifondazione Comunista, quel che rimaneva del PSI, La Rete di Leoluca Orlando, i Verdi e varie formazioni minori del centro-sinistra.

Occhetto e Veltroni durante gli ultimi mesi del PCI

D’altro canto, nelle elezioni amministrative del 1993 questa alleanza aveva fatto registrare vittorie importantissime, aggiudicandosi i comuni di Torino, Venezia, Trieste, Genova, Ravenna, Siena, Ancona, Roma, Pescara, Caserta, Napoli, Salerno, Palermo, Agrigento e Catania.

Le uniche difficoltà erano arrivate in alcune città del nord per la forza della Lega Nord (che conquistò Milano e Pavia). Achille Occhetto, sicuro della vittoria, arrivò a sbilanciarsi, definendo la sua alleanza per le elezioni del 27 e 28 marzo 1994 come la “gioiosa macchina da guerra”, tanto era sicuro che l’avrebbe spuntata a man bassa.

Dalla sua aveva anche di una legge elettorale che di certo non favoriva partiti come Alleanza Nazionale, la Lega Nord o il Patto Segni, che sembravano intenzionati a correre ognuno per conto proprio.

La disfatta della sinistra di Achille Occhetto

A scompaginargli le carte arrivò Silvio Berlusconi, che formò una doppia alleanza proprio con Fini e Bossi e portò a casa più di 16 milioni e mezzo di voti, pari a poco meno del 43% del totale. I Progressisti, invece, si fermarono al 34%, staccati di 8,5 punti percentuali, equivalenti a più di 3 milioni di voti.

Anche a livello di liste, il PDS fu superato a sorpresa da Forza Italia, un partito molto personalistico fondato nel giro di poche settimane. Mentre l’erede diretto del PCI portò a casa solo il 20,36% delle preferenze alla Camera, il partito di Berlusconi incassò invece il 21,01% dei voti.

 

4. La vittoria fragile di Berlusconi

La vittoria di Silvio Berlusconi fu effettivamente clamorosa, soprattutto per la velocità con cui il Cavaliere scompaginò gli equilibri che sembravano essersi delineati e per il fatto che non aveva alle spalle un apparato di partito organizzato e stabile; ciononostante, fu una vittoria molto meno netta di quanto a volte si ricordi.

Se è vero, infatti, che il Polo delle Libertà/Polo del Buon Governo superò i Progressisti di 8,5 punti percentuali, è anche vero che la vittoria fu figlia di un sostanziale tripolarismo.

Fini, Berlusconi, Bossi, Dini e D'Alema ospiti da Bruno Vespa
Mariotto Segni, infatti, si aggiudicò quasi il 16% dei voti che, in un sistema maggioritario, non lo aiutarono ad avere una grande rappresentanza in Parlamento ma che di sicuro tolsero voti e seggi decisivi a entrambi i suoi avversari.

Non è un caso che, come accennato, proprio al Senato – dove il “Mattarellum” permetteva il recupero dei migliori sconfitti – la maggioranza di Berlusconi fosse risicatissima e avesse sovente bisogno dell’aiuto dei senatori a vita: con il Cavaliere stavano 155 senatori su 315 seggi disponibili.

Al governo col 42,84% dei voti

Paradossalmente, dal punto di vista elettorale quello del 1994 fu uno dei punti più bassi di Forza Italia: già alle Europee di tre mesi dopo, nel giugno 1994, arrivò al 30,62%, guadagnando più di 9,5 punti percentuali e quasi due milioni di voti in più.

Il partito fece meglio anche alle politiche del 2001, quando arrivò al 29,43%, e alle politiche del 2006, quando conquistò tra il 23 e il 24% dei voti a seconda del ramo del Parlamento.

Il governo che nel 1994 vide la luce, di conseguenza, non fu particolarmente solido: formatosi a maggio, presentava ministri provenienti da Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord, Centro Cristiano Democratico e Unione di Centro.

La caduta del governo

Già a luglio affrontò la sua prima crisi quando Lega e AN iniziarono a scalpitare per il decreto Biondi, che cercava di limitare l’azione del Pool di Milano.

Tra ottobre e novembre poi furono organizzati grandissimi scioperi contro il taglio alle pensioni previsto nella nuova Legge Finanziaria.

Ma fu soprattutto l’invito a comparire davanti al Pool di Milano, recapitato a Berlusconi mentre presiedeva una Conferenza dell’ONU sulla criminalità organizzata, a gettare il governo nel caos. La Lega uscì dall’esecutivo nel giro di pochi giorni e il governo fu costretto rapidamente alle dimissioni.

 

5. L’inaffidabilità dei sondaggi pre-voto

Ci fu un altro elemento di grande novità nelle elezioni del 1994 e che da allora non ci ha più abbandonato: fecero la loro comparsa i sondaggi elettorali.

Già Berlusconi iniziò a farne largo uso prima ancora di scendere in campo, per valutare le possibili alleanze e il tono del suo programma, ma in generale tutte le forze politiche e soprattutto i mezzi di informazione cercarono di affidarsi agli istituti di ricerca per azzardare delle previsioni.

Il duello televisivo, condotto da un giovane Enrico Mentana, tra Achille Occhetto e Silvio Berlusconi durante la campagna elettorale del 1994
D’altro canto, era inevitabile che fosse così: dopo 45 anni di sostanziale stallo, per la prima volta non si sapeva chi avrebbe vinto, né a quali percentuali si sarebbero avvicinati i vari partiti.

Mai così tanti incerti nella storia della Repubblica

Nonostante tutta questa domanda di sondaggi, i risultati di queste rilevazioni furono tutt’altro che attendibili: troppo alta, infatti, era la percentuale degli elettori che si dichiaravano incerti.

Abacus, Doxa e Directa stimarono che più della metà dell’elettorato avrebbe deciso chi votare solo negli ultimi giorni della campagna elettorale, rendendo così altamente imprevedibile l’esito del confronto.

Per quanto anche in tornate elettorali successive alcuni sondaggi si siano rivelati fallimentari – si pensi agli exit poll del 2006, che sovrastimarono notevolmente i voti della coalizione di Romano Prodi –, mai come in quel caso i sondaggisti fino all’ultimo giorno utile non seppero letteralmente che pesci pigliare.

 

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