Il destino dei poeti a volte sembra quasi quello di essere travisati. Passano una vita a esprimere, coi loro versi, i propri dubbi e sentimenti, e poi la storia li tramanda non per quello che credevano e sostenevano di essere, ma per tutt’altro. Così in parte è avvenuto anche con le poesie di Eugenio Montale.

Lo scrittore genovese è stato uno dei più grandi poeti della letteratura italiana del Novecento. Tutta la sua poetica è contrassegnata dall’incertezza, dall’incapacità di cogliere il senso profondo dell’esistenza, che si intuisce appena ma sfugge di continuo. È, insomma, un poeta del dubbio, contrapposto alle certezze che invece mettevano in campo, poco prima di lui, autori come Gabriele D’Annunzio.

Un punto fermo, suo malgrado

Eppure, lui così dubbioso e incerto, è ormai divenuto l’unico punto fermo dei programmi scolastici di letteratura italiana. Passata, almeno in parte, la moda che aveva premiato Giuseppe Ungaretti e l’interesse per gli ermetici alla Salvatore Quasimodo, Montale negli ultimi anni è diventato il cardine dei programmi dell’ultimo anno delle scuole superiori.

La cosa ha fatto sì che gli studenti all’esame ripetano incessantemente le solite quattro o cinque frasi imparate sul testo («linguaggio scarno ed essenziale» è un’espressione che ritorna con una frequenza da far tremare i polsi) senza riuscire a cogliere il senso delle parole del poeta genovese.

Così, poco per volta, il messaggio di Montale muore, perso nello studio mnemonico che è quanto di più distante si possa pensare per una poesia che è invece da scoprire verso per verso, semplice nel linguaggio quanto poco intuitiva nel senso.


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E non è un caso che, quando la prova scritta di italiano alla maturità ha presentato una poesia non scelta tra le solite di Ossi di seppia, gli studenti siano rimasti fulminati dai versi di Montale. Perché – libero dal pesante fardello della parafrasi, delle figure retoriche e delle richieste dell’insegnante (che dovrebbero essere mezzi, e non fini) – è tornato a parlare in maniera potente ai giovani e più in generale alle persone dotate di una certa sensibilità.

Per questo, ci piace qui riproporre alcune delle maggiori poesie del premio Nobel ligure, introducendole solo con qualche brevissima nota storica e stilistica e lasciando però spazio alle parole dello stesso Montale. Perché se ne possa gustare la musicalità e la profondità senza troppi preconcetti e tecnicismi.

 

I limoni

da Ossi di seppia, 1925

Ossi di seppia è la principale delle raccolte poetiche di Montale, pubblicata per la prima volta nel 1925, a neppure trent’anni di età. In questo libro l’uomo, come d’altronde la stessa poesia, è visto in maniera negativa. La sua esistenza è quasi quella di un relitto, visto che – come un osso di seppia – è abbandonato sulla terra, inaridito ed inutile.

Le cose semplici

I limoni sono, qui, il simbolo dell’esistenza umana e della poesia montaliana. Una poesia che si rivolge verso le cose semplici (al contrario di quanto fanno i “poeti laureati”) e che cerca di cogliere il significato dell’esistenza, risultando però sconfitta. Questo significato infatti sfugge, lasciando una profonda tristezza solo in parte mitigata dal giallo festoso dei limoni.

Per questo gli agrumi sono un ottimo esempio di cosa intendeva Montale per il correlativo oggettivo. Cioè un oggetto, o una situazione, che è in grado di simboleggiare, in un certo senso aprirci la strada verso una sensazione particolare. In più, qui si trovano anche riferimenti a Pascoli (quando parla delle piante dei poeti laureati) e a Leopardi (quando, nel finale, richiama il Dialogo della Natura e di un Islandese).

Il testo della poesia

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

da Ossi di seppia, 1925

Ossi di seppia è divisa in varie sezioni, una delle quali, quella centrale, prende proprio lo stesso titolo dell’intera opera. Ad aprire questa sezione è il componimento che forse più di tutti chiarisce gli ideali poetici di Montale e il ruolo che egli dà alla poesia.

«Qualche storta sillaba»

Secondo il poeta, le liriche non possono chiarire la realtà, né svelarne il segreto. L’unica cosa che possono fare è dare «qualche storta sillaba e secca come un ramo». La chiusa è, infatti, celebre: i (nuovi) poeti possono dire solo una cosa, ciò che non sono, ciò che non vogliono.

Eppure, per sottolineare l’impotenza della poesia, Montale sceglie una via quasi classica. I suoi versi sono di misura diversa, certo, ma si chiudono con delle rime (lo schema è ABBA, CDDC, EFEF). C’è la forte consonanza della lettera “R”, vi sono anafore, enjambement ed altro ancora. E dunque: la poesia userà pure “storte sillabe”, ma storte solo fino a un certo punto.

Il testo della poesia

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

Meriggiare pallido e assorto

da Ossi di seppia, 1925

Come anticipato, Montale fu il principale promotore, in Italia, del correlativo oggettivo, cioè di quella tecnica poetica elaborata da Thomas Stearns Eliot secondo cui una certa emozione poteva essere provocata solo dalla presenza di determinati oggetti, così come un cavolo può esistere solo in presenza di terra ed acqua.

Già il titolo della raccolta poetica, Ossi di seppia, era di per sé un correlativo oggettivo, ma in molti dei suoi componimenti questa tecnica ricorre in abbondanza. Come in Meriggiare pallido e assorto, in assoluto una delle sue poesie più famose, soprattutto per la conclusione che evoca i «cocci aguzzi di bottiglia».


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La poesia venne scritta probabilmente nel 1916, in un caldo pomeriggio d’estate. Ed evoca quel tipico paesaggio ligure, brullo, secco, che ben si adattava a quello che Montale intendeva comunicare. Anche qui, tra l’altro, si sente di nuovo l’eco di Leopardi, in particolare delle pagine dello Zibaldone che sono ricordate come il Giardino del dolore.

Il testo della poesia

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

 

Spesso il male di vivere ho incontrato

da Ossi di seppia, 1925

La più pessimistica delle poesie montaliane è Spesso il male di vivere ho incontrato, che, come molte di quelle contenute in Ossi di seppia, trae il suo titolo dal primo verso. Qui in due sole strofe il poeta riesce infatti a sintetizzare la sua concezione tragica della vita, dominata dal male di vivere.

Il sollievo dal dolore

Questo male ci attanaglia. L’unico modo per trovare una parziale via di scampo, l’unico momentaneo sollievo arriva nella divina Indifferenza, che scaturisce dalla visione di qualcosa (il falco, la nuvola, la statua) che per un momento ci sottrae al dolore.

Probabilmente la lirica fu scritta nel 1924, ma gli echi che solleva sono molto antichi. A parte l’amato Leopardi, a cui si deve attribuire la prima espressione del “male di vivere”, qui è infatti forte l’influsso di Democrito ed Epicuro. L’imperturbabilità tanto agognata deriva proprio da quella filosofia, dalla saggezza degli antichi.

Il testo della poesia

Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

da Xenia II, 1967

Il pessimismo e le immagini scelte da Montale non sempre lo rendono un autore che piace ai più giovani. Ottimisti – o comunque pessimisti non nel senso filosofico del poeta – e legati a un immaginario ormai distante da quello naturalistico, gli studenti tendono a volte a farsi poco coinvolgere dalle liriche di Montale, così legate a un senso di dolore e inadeguatezza che non è proprio degli ardori giovanili.

La perdita della moglie

Fa eccezione, però, Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, poesia della vecchiaia con cui, in toni sommessi, Montale cercava di descrivere il dolore per la perdita dell’amata moglie Drusilla Tanzi. Una donna molto miope, che però sapeva vedere più in là dello stesso poeta.

La poesia, d’altro canto, è semplice, quasi in prosa, ed usa un linguaggio colloquiale. Una scelta che si contrappone all’inizio iperbolico («un milione di scale»), ma che riesce a scatenare anche nel cuore del lettore moderno un senso di grande compassione.

Il testo della poesia

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

 

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